Torna in aula la sparatoria del 1975 in cui morì Mara Cagol, moglie di Renato Curcio. Morì anche l'appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, padre di tre figli. Lauro Azzolini si difende: «Io non c’ero»
Storia di Milano, storia d’Italia, storia aperta. Un sequestrato, due morti uccisi, un assassino ancora in libertà e forse adesso scoperto (il processo inizia proprio oggi 25 febbraio) o forse no, i terroristi delle Brigate Rosse e i carabinieri del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, le indagini su quegli omicidi che sono proseguite nonostante siano trascorsi quasi cinquant’anni da allora, ovvero dal furibondo scontro a fuoco intorno e dentro la Cascina Spiotta in aperta e florida campagna, stradine che si perdono, località Arzello, una frazione di Melazzo, paesino in provincia di Alessandria, Piemonte ordinato e poco abitato, aria sana, riposo, colori della natura, geografia extraurbana di decine di rifugi dei soldati della lotta armata con case a Milano: era il 4 giugno 1975. Ma per cominciare, una breve legenda introducendo persone e personaggi.
Fatto sta che: scontro a fuoco, proiettili, terroristi asserragliati, carabinieri intorno, ancora proiettili, i due cadaveri, la fuga dei restanti brigatisti. In mezzo a loro, secondo la lunga e articolata ricostruzione dei carabinieri del Ros di Torino, un altro terrorista, Lauro Azzolini: eccolo qui il presunto esecutore di D’Alfonso.
La cooperativa
Dunque aggiornamento alla legenda: Lauro Azzolini, originario di Casina, 4.500 abitanti in provincia di Reggio Emilia sugli Appennini, tutt’oggi vivente, di anni 81, arrestato nel 1978, condannato all’ergastolo e fruitore di benefici vari che gli hanno consentito la semilibertà, Azzolini lavora a Milano in una cooperativa che aiuta i disabili; ai medesimi carabinieri, in fase di interrogatorio, egli ha ricordato i 24 anni complessivi di detenzione e la sua dissociazione con il ripudio della violenza come metodo di lotta politica.
Dopodiché al solito, si domanderà qualcheduno, nella sostanza, avendo la giustizia terrena in forma definitiva accertato le colpevolezze di costui anche come assassino e considerandosi Azzolini un ex terrorista, si dice d’un killer che sia stato un ex oppure killer si rimane a vita in conseguenza dell’aver portato la morte?
Proseguiamo. Con la seguente premessa degli investigatori che aiuta nell’apprendimento dell’intero contesto: «L’importanza di questo tragico evento segnava la storia delle Brigate Rosse che, dopo quella sconfitta, innalzavano definitivamente il livello dello scontro contro le Istituzioni dello Stato. Veniva oltremodo segnata anche la stessa storia italiana, poiché da quel momento la lotta armata diventava la strategia fondamentale delle Brigate Rosse per il conseguimento e per l’affermazione della loro lotta rivoluzionaria. Il sequestro dell’imprenditore vinicolo astigiano Vallarino Gancia fu il primo sequestro delle Brigate Rosse commesso non per finalità politiche ma per estorcere denaro necessario all’autofinanziamento della lotta armata. (…) La morte in combattimento di una figura carismatica come Cagol e le ricostruzioni false e strumentali che ne vennero fatte produssero un innalzamento del livello della lotta armata».
Del 2021 l’incarico da parte di Bruno D’Alfonso, uno dei figli dell’appuntato assassinato, all’avvocato Sergio Favretto di depositare in Procura istanza per chiedere l’apertura delle indagini. Il dottor Favretto è in aggiunta un apprezzato studioso e scrittore anche del periodo della Resistenza e dei partigiani.
Il mercatino delle pulci
Quest’uomo, che lasciano anonimo, è un caro amico di Azzolini. I due si videro a un mercatino delle pulci a Castano Primo – il terrorista era intercettato dai carabinieri – ma in seguito, ascoltato dai carabinieri, l’amico non menzionò quell’incontro. Fin quando, dinanzi al magistrato che di nuovo ancora gli domandò di quel giorno al mercatino, e alle sue pressioni, l’uomo così raccontò: «Azzolini mi disse che faceva parte del gruppo che sequestrò Gancia. Azzolini mi disse che però lui non partecipò alla sparatoria ma sentì i colpi di arma da fuoco mentre era nascosto in un fossato…». Quindi Lauro Azzolini era presente alla Cascina Spiotta, cosa da lui sempre e sempre smentita. Smentita allora, smentita adesso. Perché avrebbe mentito? Per coprire se stesso? Altri?
Era davvero e soltanto presente senza aver avuto responsabilità alcuna nell’uccisione del carabiniere? Che cosa fece quando scappò? Con chi era? Dove andò? Dove si nascose? Ha taciuto e tace per volontà personale oppure su ordine di altri? E se sì, di chi? E per quale motivo? Perché si ostina, ormai molto anziano, a custodire questi segreti? Non ribadisce forse, Lauro Azzolini, di essersi da tempo dissociato da quelle stagioni assassine? E allora? Alla figlia, il diretto interessato, di nuovo intercettato, ha imposto di starsene un po’ lontana dagli ambienti anarchici milanesi, che non è il momento, in generale, per accostarsi a certa gente. Ma ancora una volta: perché?
Domande dopo domande
Quanti interrogativi sospesi. D’altra parte ve ne furono fin dall’inizio, sulla sparatoria alla Cascina Spiotta. Il brigatista Alfredo Buonavita a verbale nel 2022: «Nel luglio 1976 inizia il mio giro tra le carceri speciali e incontrai quasi tutti i brigatisti (…) non parlai con nessuno di loro della vicenda perché di queste cose non si parla (…) Non ho mai potuto fare delle domande sulla Cascina Spiotta, se le avessi fatte, anche a Curcio, mi avrebbero trattato come una spia (…) Con Curcio non ho mai capito della Cagol, era un argomento che non voleva affrontare…».
L’altro brigatista Alberto Franceschini sempre a verbale e sempre nel 2022: «Non era semplice fare domande perché si correva il rischio di essere considerato un traditore o un infiltrato». L’altro brigatista Enrico Fenzi, lui a verbale nel 2023: «Sulla vicenda della Cascina Spiotta c’era una particolare attenzione a non parlare o fornire i dettagli. Posso dire che tra i militanti o le persone vicine alle Brigate Rosse non si parlava facilmente di quella vicenda».
Le impronte
I carabinieri si sono avvalsi del lavoro dei colleghi del Ris, gli specialisti dei rilievi scientifici. Al centro delle analisi, le impronte rilevate su dei fogli manoscritti delle Brigate Rosse e collocati proprio nella Cascina Spiotta: fogli del memoriale dal brigatista (ovviamente rimasto anonimo) che era scappato dall’immobile dopo la sparatoria, e integrati da disegni realizzati a mano dallo stesso soggetto per illustrare le fasi dello stesso conflitto a fuoco. Ebbene, le impronte conducono all’identità di Azzolini. Le impronte in totale esaltate sono state 11.
Diversi resoconti resi da testimoni di allora, comprendendo dei residenti della zona che nelle ore e nei giorni precedenti avevano incrociato, senza sapere da chi fosse composto, il commando dei brigatisti, hanno permesso al disegnatore di stendere l’identikit di un uomo molto somigliante ad Azzolini. Azzolini fu – sarebbe stato – quello che lanciò per primo le bombe a mano contro i carabinieri.
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