Com’è possibile che una società confermi il proprio primo ministro dopo un genocidio? Il risultato delle elezioni israeliane del 27 ottobre mi sembra più interessante sul piano della psicologia di massa che su quello prettamente politico. Netanyahu perderà la maggioranza? Riuscirà a mettere insieme una nuova coalizione? Non lo so. Sono faccende sulle quali si eserciteranno per giorni i commentatori politici. A me interessa un altro aspetto che con i calcoli parlamentari non c’entra. Dopo tre anni di genocidio a Gaza, con almeno 22.000 bambini sterminati, dopo sette fronti di guerra aperta, il Likud resta il primo partito israeliano e il suo leader conserva un consenso direi considerevole. Milioni di cittadini hanno deciso di rinnovargli la propria fiducia, pur conoscendo la distruzione prodotta dal genocidio da lui e dai naziministri orchestrato.
Stiamo parlando di Benjamin Netanyahu, destinatario dal 21 novembre 2024 di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Nel settembre 2025 una Commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità israeliane hanno commesso un genocidio nella Striscia di Gaza. La stessa conclusione era stata raggiunta anche da due organizzazioni israeliane, B’Tselem e Physicians for Human Rights-Israel, oltre che da Amnesty International, da commissioni ONU e da ONG. Ebbene, una parte cospicua della popolazione continua a considerare Netanyahu un candidato degno di fiducia. Un uomo cui affidare, per così dire, il buon andamento degli affari di famiglia. Compresi quelli militari.
Qualche editorialista che vuole pulirsi un po’ la coscienza obietterà che il blocco governativo ha perso consensi e potrebbe perdere il potere. Verissimo. Proprio per questo vorrei distinguere la possibile sconfitta elettorale (che comunque non c’è) del primo ministro dalla questione, assai più grave e pressante, della persistenza sociale delle convinzioni che hanno accompagnato il genocidio. La sorte personale di Netanyahu occupa una posizione preponderante nel dibattito politico israeliano, e questo già ci fa capire che la società israeliana ha perso completamente ogni parvenza d’umanità. Non tutti, ma molti: le percentuali sono riportate da tutti i giornali. Quale società ha reso possibile un genocidio? E soprattutto, quale società intende continuare a riconoscersi nelle politiche che l’hanno prodotto? Questo aspetto lo trovo più importante di un risultato elettorale che per i palestinesi non cambierà niente.
Per capirci qualcosa, ho interrogato le pagine di Elias Canetti in Massa e potere (1960). Perché proprio Canetti? Ho ritenuto che, per comprendere la vicenda israeliana, fosse particolarmente utile la sua analisi della relazione fra la moltitudine, il nemico e il diritto di decidere della vita altrui.
IL SOPRAVVISSUTO, OVVERO IL PIACERE DI RESTARE IN PIEDI
Fra le figure che Canetti studia in Massa e potere, quella del sopravvissuto occupa una posizione centrale. Il suo punto di partenza riguarda una particolare esperienza della superiorità, quella dell’uomo che sopravvive alla morte di un altro e ricava dalla propria permanenza in vita una sensazione di potenza. Netanyahu ha fatto del 7 ottobre un problema esistenziale per se stesso e per lo Stato. Lo Stato israeliano si pone come il sopravvissuto.
«L’istante del “sopravvivere” è l’istante della potenza. Il terrore suscitato dalla vista di un morto si risolve poi in soddisfazione, poiché chi guarda non è lui stesso il morto. Il morto giace, il sopravvissuto gli sta ritto dinanzi, quasi si fosse combattuta una battaglia e il morto fosse stato ucciso dal sopravvissuto. Nell’atto di sopravvivere, l’uno è nemico dell’altro; e ogni dolore è poca cosa se lo si confronta con questo elementare trionfo». (Canetti, Massa e potere, «Il sopravvissuto»)
Il rapporto fra sopravvivenza e potere acquista, nelle pagine successive, una connotazione via via più inquietante: Canetti spiega che il potente può trasformare la morte degli altri in una conferma della propria superiorità, fino a cercare nella moltiplicazione delle vittime una rassicurazione sulla propria invulnerabilità. E la massa in periodi di guerra si identifica con quella potenza. Canetti descrive sovrani che accumulano morti come testimonianze della propria forza, comandanti che si attribuiscono il merito delle uccisioni compiute dai subordinati. La sopravvivenza personale, in questa prospettiva, diventa una passione capace di alimentarsi della distruzione.
Questa categoria del sopravvissuto è interessante per leggere il rapporto che si stabilisce fra il capo e la collettività, che riconosce nella sua capacità di prevalere e prevaricare sul nemico una garanzia della propria sicurezza.
Netanyahu ha costruito una parte fondamentale della propria legittimazione sull’idea di essere indispensabile alla sopravvivenza nazionale. Il mito del fratello morto per la patria e l’uso strumentale del nemico (da lui stesso finanziato) lo inquadrano in questo profilo. Sappiamo quanto questa pretesa salvifica e (fintamente) messianica abbia accompagnato sia la guerra all’Iran e al Libano, sia la distruzione di Gaza. Tutto è sempre stato giustificato come necessità di “sicurezza”. Il primo ministro ha continuato a promettere una vittoria definitiva, cercando di trasformare i risultati militari devastanti in moneta di scambio politico. Nella notte elettorale ha nuovamente rivendicato le imprese compiute dalle forze armate durante il suo governo, insistendo sulla minaccia rappresentata dall’Iran.
Il meccanismo psicologico diventa particolarmente efficace in un regime di costante paura, quando gli individui cominciano a percepire il destino del capo come strettamente connesso alla propria sicurezza. La sua permanenza al comando offre una sensazione di continuità. Solo la prosecuzione della guerra può garantire una condizione necessaria alla conservazione del gruppo. La violenza esercitata sugli altri diventa parte dell’identità politica di coloro che la sostengono. A tal fine, però, la vittoria definitiva, continuamente promessa, deve essere continuamente rimandata. Questo è possibile soltanto se nella scena appaiono nuovi nemici. E così il governante conserva la prerogativa di stabilire quali pericoli esistano e quali sacrifici siano necessari per affrontarli.
Uno Stato simile non può vivere senza “il nemico”: la sua permanenza consente di continuare a presentare il potere come indispensabile alla sopravvivenza della collettività.
La persecuzione
Canetti dedica pagine importanti anche al senso di persecuzione della massa. Descrive una disposizione a interpretare le azioni degli avversari come espressioni di un’ostilità preesistente, indipendentemente dalle loro intenzioni concrete. Il nemico viene designato una volta per tutte, e il suo comportamento può essere ricondotto a una volontà permanente di distruggere il gruppo. Nel nazionalismo israeliano, la rappresentazione del palestinese come minaccia esistenziale ha assunto una connotazione simbolica enorme, fino a ricondurlo alla figura di Amalèk. Il pericolo viene attribuito all’appartenenza nazionale stessa: se nasci palestinese, sei il nemico e dunque devi essere sradicato. La richiesta di autodeterminazione può allora essere considerata una minaccia alla sopravvivenza israeliana, e l’esercizio della violenza viene presentato come una necessità preventiva.
La sproporzione delle forze militari acquista un significato secondario rispetto alla convinzione di essere permanentemente minacciati. Anche una popolazione in piena carestia e devastata dalla fame può continuare a essere descritta attraverso il pericolo che rappresenterebbe. È uno dei tanti paradossi delle società che organizzano una parte considerevole della propria identità attorno alla paura. Il senso di persecuzione può sopravvivere a qualsiasi evidenza e alimentare nuove forme di dominio, soprattutto quando chi governa riesce a presentare la forza come l’unica difesa.
La società israeliana possiede una storia di persecuzione reale, e abili governanti dediti al sionismo e al colonialismo d’insediamento hanno trasformato quella storia in una giustificazione delle politiche esercitate contro i palestinesi.
L’INNOCENZA È UN AFFARE COLLETTIVO
Il secondo meccanismo che vorrei considerare riguarda la particolare capacità degli esseri umani di separare la propria identità morale e il proprio riconoscimento in quanto esseri umani dalle conseguenze delle azioni che hanno sostenuto.
Canetti lo affronta nel capitolo «Comando e responsabilità», con un’osservazione di notevole acutezza.
«È noto che gli uomini che agiscono in seguito a comandi sono capaci delle azioni più orribili. Quando l’autorità che li comandava viene abbattuta e li si costringe a guardare da vicino ciò che hanno fatto, essi non si riconoscono. “Io non ho fatto questo” dicono, e non è affatto vero che siano sempre consapevoli di mentire. Quando poi si portano dinanzi a loro dei testimoni, quando cominciano a vacillare, continuano a dire: “Io non sono così, io non posso averlo fatto”. Cercano dentro di sé le tracce di quell’azione e non possono trovarle». (Canetti, Massa e potere, «Comando e responsabilità»)
L’individuo può continuare a considerarsi una persona assolutamente rispettabile anche dopo avere partecipato a un’azione atroce. Del resto la sua esecuzione è stata sempre prescritta da un superiore, e questo elemento può consentirgli di separare il proprio giudizio morale dal comportamento effettivamente compiuto. La responsabilità viene quasi sempre trasferita all’autorità; in questo modo l’autoritarismo può dilagare.
Canetti descrive una condizione che riguarda direttamente il rapporto fra individuo e istituzione. Il comando ricevuto può sopravvivere nell’esecutore come qualcosa di estraneo alla sua volontà, permettendogli di conservare un’immagine positiva di sé. Il problema assume una rilevanza particolare in una società nella quale l’esercito occupa un posto centrale nell’identificazione nazionale. L’appartenenza alle forze armate può diventare una fonte di riconoscimento, e ogni critica della condotta militare (vedi il film NAZA) rischia di essere percepita come un’aggressione alla comunità stessa e dunque come un tradimento. Nel caso israeliano, questa identificazione è documentata anche dai sondaggi.
Nel luglio 2025 l’Institute for National Security Studies rilevava che il 92,5% degli intervistati ebrei israeliani considerava morale l’esercito del proprio Paese. Fra gli intervistati arabi la percentuale era del 29%. Nella stessa ricerca, appena il 24% degli ebrei esprimeva preoccupazione per la situazione umanitaria a Gaza, contro l’82% degli arabi.
Un’altra indagine, pubblicata nell’agosto 2025 dall’Israel Democracy Institute, mostrava che il 78% degli ebrei israeliani riteneva che Israele stesse compiendo sforzi per evitare sofferenze alla popolazione palestinese. Fra gli intervistati arabi la percentuale scendeva al 22,5%.
Che cosa significa?
Significa che l’appartenenza nazionale può influenzare radicalmente i criteri attraverso i quali viene valutata un’azione, fino a rendere giustificabile un comportamento riprovevole che, se fosse rivolto contro i membri della propria comunità, susciterebbe un’immediata reazione e indignazione. È la cosiddetta doppia morale, di cui in Occidente siamo ampiamente provvisti. Il palestinese viene tendenzialmente percepito nella categoria del nemico, e la sua sofferenza può perdere parte della rilevanza morale che sarebbe riconosciuta a quella di un israeliano. Il problema della colpa viene così trasferito sul nemico, al quale viene attribuita una responsabilità generale per le conseguenze della guerra.
Nel caso israeliano, ammettere la natura criminale delle politiche sostenute durante la guerra potrebbe imporre a molti cittadini di rivedere il giudizio non solo sul proprio esercito e sulle istituzioni alle quali hanno comunque accordato fiducia, ma soprattutto sulle scelte personali compiute negli ultimi decenni. La persistenza del consenso al governo serve anche a conservare una rappresentazione moralmente accettabile della propria partecipazione, oltre all’idea che “vada finito il lavoro”… di sterminio.
L’identificazione collettiva così può fare il suo sporco lavoro. Quando milioni di persone condividono una convinzione, il singolo può trovare nel loro accordo una conferma della propria rettitudine. Il consenso è l’unica cosa che si ricerca: se la maggioranza della società sposa un genocidio, il singolo viene sollevato dalla colpa individuale e la quantità dei sostenitori viene confusa con la legittimità delle azioni sostenute. Non è complesso seguirne i passaggi. Il singolo ha soltanto approvato una certa politica, spacciata dallo Stato e da buona parte del mondo come “democratica”; il soldato ha solo eseguito gli ordini; il politico lo ha fatto per autodifesa. Non ci sono responsabilità. La responsabilità concreta delle decisioni viene trasferita al vertice dello Stato, e quella del vertice viene giustificata attraverso la necessità di proteggere la comunità.
CINQUANTA SFUMATURE DI DESTRA
Esiste poi un’altra peculiarità del voto israeliano su cui vorrei soffermarmi. La partecipazione dei palestinesi con cittadinanza israeliana ha raggiunto, secondo le prime rilevazioni riportate da Channel 12, circa l’80%. Le liste palestinesi potrebbero ottenere un risultato determinante per la formazione di una maggioranza alternativa a Netanyahu. Il problema, naturalmente, riguarda la disponibilità degli altri partiti a riconoscere i loro rappresentanti come interlocutori legittimi. Gadi Eisenkot, principale antagonista di Netanyahu, ha dichiarato durante la campagna elettorale (e ne conservo i virgolettati) che la partecipazione dei partiti arabi al proprio governo sarebbe contraria ai suoi principi. La sua opposizione a Netanyahu sembra incontrare un limite piuttosto significativo, perché per governare dovrebbe riconoscere l’uguaglianza politica dei cittadini palestinesi. Insomma, dovrebbe uscire dall’apartheid.
La democrazia israeliana ha proprio le caratteristiche dell’apartheid. I palestinesi possono essere utili a determinare il risultato delle elezioni, certo, ma solo se si astengono dal pretendere di partecipare alla direzione dello Stato. Per comprendere quanto sia profonda questa contraddizione basta leggere gli articoli pubblicati nei giorni precedenti il voto da +972 Magazine. Amos Brison ha documentato il progressivo spostamento di Eisenkot verso posizioni sempre più intransigenti sulla questione palestinese. L’ex capo di Stato maggiore ha respinto esplicitamente la soluzione dei due Stati, sostenendo l’espansione degli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata. Lo stesso Eisenkot ha partecipato al gabinetto di guerra di Netanyahu nei primi mesi della devastazione di Gaza, fino alle dimissioni del giugno 2024. La sua candidatura viene presentata come alternativa alla destra governativa, ma sulla politica coloniale contro i palestinesi c’è una continuità disarmante.
Ben Reiff, sempre su +972 Magazine, ha intitolato la propria analisi elettorale del 23 ottobre 50 shades of right, cinquanta sfumature di destra. Un titolo che colpisce soprattutto considerando il peso che le divergenze personali con Netanyahu hanno assunto rispetto alla discussione sulle politiche esercitate contro i palestinesi. Hanno fatto a gara per stabilire chi fosse più a destra. Eisenkot ha rivendicato durante la campagna elettorale il proprio ruolo nella repressione delle proteste palestinesi durante le Grandi Marce del Ritorno, citando decine di migliaia di feriti e centinaia di morti come testimonianza della severità della propria dottrina militare. Più palestinesi hai cacciato o ucciso, più sei credibile. E ho sentito alcuni analisti ed editorialisti nostrani celebrare la moderazione dell’opposizione israeliana.
Il confronto fra Netanyahu ed Eisenkot riguarda in particolare la responsabilità per il fallimento della sicurezza del 7 ottobre e i rapporti fra governo e magistratura. Sulla questione palestinese, il campo delle alternative rimane fortemente condizionato dalla difesa della supremazia nazionale ebraica e dall’opposizione all’autodeterminazione palestinese.
Facciamo un piccolo esempio. Prima delle elezioni, la Corte suprema israeliana ha confermato la squalifica elettorale del dirigente palestinese Sami Abu Shehadeh, motivata da un suo articolo pubblicato dopo il 7 ottobre 2023. Nello stesso sistema elettorale hanno potuto continuare a candidarsi esponenti ebrei che avevano pubblicamente sostenuto l’annientamento di Gaza o rivolto dichiarazioni apertamente disumanizzanti e genocidarie contro i palestinesi.
Un sondaggio dell’INSS del luglio 2025 mostrava che l’81% degli intervistati ebrei israeliani riteneva impossibile una convivenza fra israeliani e palestinesi fondata sulla piena uguaglianza civile. È un dato che dovrebbe occupare una posizione centrale nel dibattito sulla natura democratica dello Stato israeliano e la questione elettorale del 27 ottobre si colloca in questa contraddizione. In effetti, il successo delle liste palestinesi potrebbe rendere necessaria la loro partecipazione alla formazione del governo, eppure una parte consistente dello schieramento contrario a Netanyahu continua a considerare tale partecipazione politicamente inaccettabile. L’opposizione vorrebbe sostituire il capo che ha diretto il genocidio (ma non per il genocidio, anzi…). Ma il riconoscimento dei diritti palestinesi lo impedisce. Meglio razzisti che governanti.
L’ASSOLUZIONE DOPO IL VOTO
Vorrei fare un’ultima considerazione. Una parte della società israeliana potrebbe considerare la rimozione di Netanyahu dal governo una prova sufficiente della propria capacità di correggere gli errori politici commessi. Il cambiamento della leadership potrebbe diventare un mezzo per sottrarre la collettività a un esame delle proprie responsabilità, concentrando tutte le colpe sulla figura del governante sconfitto. E secondo me lo avrebbero fatto se la comunità internazionale avesse reagito subito al genocidio. Invece è andata diversamente. Il meccanismo è conosciuto nella storia delle società che hanno attraversato esperienze di violenza collettiva. L’attribuzione delle responsabilità a una cerchia ristretta di dirigenti può consentire al resto della popolazione di conservare una rappresentazione “innocentista” di sé. Il nuovo governo diventa allora il segno di una discontinuità politica che permetterebbe di prendere le distanze dal passato.
Nel caso israeliano questa operazione sarebbe ridicola, anche se fra un po’ ci proveranno. Ridicola perché il genocidio a Gaza (e tutte le altre guerre) è stato sostenuto da una parte considerevole dell’opinione pubblica, e la fiducia nelle forze armate è rimasta elevatissima anche durante la devastazione e lo è tuttora. Le politiche attuate contro i palestinesi appartengono inoltre a una storia assai più lunga della carriera di Netanyahu: sono l’espressione di un secolo di oppressione coloniale. La responsabilità politica, dunque, attraversa molte istituzioni, convinzioni collettive e strutture educative e legali, che la semplice sostituzione del primo ministro lascerebbe largamente intatte.
Il desiderio di liberarsi del capo può convivere tranquillamente con quello di conservare buona parte delle politiche che egli ha attuato. Per alcuni elettori, Netanyahu può essere giudicato responsabile di avere compromesso la sicurezza nazionale e di aver danneggiato la reputazione internazionale dello Stato o di aver gestito male il nemico. Ma il giudizio sulla devastazione di Gaza continua a essere rappresentato come una necessità militare. Il cambiamento elettorale potrebbe assumere un significato autoassolutorio. La collettività si attribuisce il merito di avere corretto un errore, trasferendo sul “capo” sconfitto (e corrotto) la responsabilità delle conseguenze prodotte dalle politiche condivise. Una specie di ravvedimento a spese altrui.
Come dice Canetti: «Il sopravvissuto è il male ereditario dell’umanità, la sua maledizione e forse la sua rovina».

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