Sarebbero oltre 200 le vittime del raggiro che ha portato all'arresto di cinque persone. Due vittime avrebbero investito e perso 120mila euro
«Mia moglie ha guadagnato una rendita fissa mensile da spendere nello shopping», scriveva. Il messaggio Whatsapp era stato inviato da Alessandro Groff a un cliente. Il consulente era attento e scrupoloso nell’illustrare i vantaggi degli investimenti nel progetto «Hashbrust». Per rassicurare gli indecisi o forse i più timorosi avrebbe raccontato che la sua famiglia aveva investito nelle criptovalute. Altro che affare sicuro. Due investitori, che hanno creduto nel sofisticato progetto nel settore del finto mining (estrazione) di criptovalute per generare profitti, hanno perso tutto.
L’indagine della Procura di Trento racconta di un sistema ingegnoso, di soldi, tanti, di strumenti innovativi basati sull’Ai, ma anche della vita di persone che hanno creduto nel progetto dilapidando i risparmi. C’è l’imprenditore trentino, ma anche i due investitori che hanno «elargito» 120mila euro per l’acquisto di quattro «tower». Il guadagno? 14,31 euro. E i 120mila? Volatilizzati.
Oltre 200 vittime
Casi fotocopia. Le vittime in Trentino del progetto truffaldino svelato dalla guardia di finanza di Trento sono oltre 200, ma anche in Veneto decine di investitori si sarebbero fatti convincere dai consulenti. Ai vertici della presunta organizzazione c’erano due figure di spicco già note per reati finanziari: Gabriele Edmondo Pegoraro, ingegnere vicentino di 50 anni, indagato a Milano per la rete di spionaggio Equalize dove avrebbe avuto il ruolo di hacker dei sistemi informatici (le sue prestazioni sarebbero servite a spiare anche Marcell Jacobs) e il lombardo Nicolò Gasparri, 60 anni, in passato ritenuto vicino ad ambienti ‘ndranghetisti. Poi c’era il trentino Alessandro Groff, anche lui ai domiciliari, ritenuto uno dei promotori, poi Massimiliano Baggi, 45 anni, amministratore con Pegoraro di una delle società coinvolte, la «Digital Verse» dove confluivano gli investimenti per l’acquisto dei computer che avrebbero creato bitcoin. Il 62enne di Pavia, Giuseppe Maria Battaglia, era invece il responsabile della gestione tecnica.
Gli inquirenti hanno ricostruito telefonate, messaggi e incontri, anche in un noto hotel trentino, dove in occasione di meeting avrebbero illustrato il progetto, fornendo rassicurazioni sul buon esito dell’investimento.
Groff per convincere alcuni clienti si sarebbe fatto aiutare anche dalla moglie, che è indagata, prospettando la famosa «rendita fissa» attraverso l’acquisto di un dispositivo tecnologico finalizzato all’attività di mining. Il funzionamento era basato sulla combinazione di diversi hardware (uno denominato mcm e l’altro tower). Sulla carta sembrava un progetto sicuro che aveva diversi elementi positivi: ridotto impatto energetico, algoritmo italiano, licenza a vita, facilità di utilizzo ed elevate ricompense. In realtà i guadagni erano irrisori e gli investitori hanno perso praticamente tutto. Sono complessivamente 15 gli indagati nell’operazione «Mercurio Ming». La Finanza ha scoperto un giro di affari da 5 milioni solo in Trentino. Sono stati sequestrati beni per quasi 900mila.
Nei prossimi giorni i cinque arrestati saranno sentiti dal gip Enrico Borrelli per l’interrogatorio di garanzia.
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