sabato 28 febbraio 2026

ANNIVERSARI. LA MORTE DI OLOF PALME IN SVEZIA. COEN L., Dopo l’omicidio Palme, la Svezia ha perso lentamente la sua neutralità fino a entrare nella Nato, IL FATTO, 28.06.2026

 La memoria è l’antidoto per eccellenza contro le armi di distrazione di massa. Gli anniversari sono una sorta di scorciatoia della memoria, purtroppo spesso restano vittime delle “catene di Markov”, quel processo scientifico che permette di prevedere ogni cambiamento a partire dall’osservazione del presente. Spesso, infatti, il presente è ostaggio delle manipolazioni del passato.



La premessa non è oziosa. Oggi, infatti, rievochiamo un drammatico anniversario: quarant’anni fa, la sera del 28 febbraio 1986, venne assassinato il primo ministro svedese Olof Palme mentre tornava a casa a piedi e senza scorta dopo aver visto un film con la moglie Lisbeth in un cinema del centro di Stoccolma, “I fratelli Mozart” della regista svedese Suzanne Osten. Palme e la moglie stavano camminando lungo la Sveavägen, quando alle 23 e 21 uno sconosciuto, sbucato dall’ombra di un portone, lo insultò, gridando parolacce contro di lui, ed intanto impugnando una grossa Smith&Wesson 357 Magnum, gli sparò due colpi. Il primo raggiunse il premier alla schiena, il secondo sfiorò, ferendola di striscio, la moglie. Il tizio, secondo le dichiarazioni di alcuni testimoni, era alto un metro e 85, sui 35-40 anni. L’assassino scappa, si dilegua. Due ragazze, in un’auto parcheggiata lì vicino, scorgono qualcosa, ma la loro testimonianza serve a ben poco. C’era anche un tassista, ed è lui che lancia l’allarme via radio, la prima pattuglia della polizia arriva quattro minuti dopo la chiamata. Gli agenti si rendono conto che l’uomo a terra è il primo ministro, e che anche la moglie è ferita. Palme agonizza, ormai. L’ambulanza irrompe scortata da altre auto della polizia, la zona è isolata. Il premier entra in ospedale alle 23 e 42. I medici registrano la sua morte alle 00.06 del 1 marzo.

Palme aveva 59 anni ed era stato uno dei grandi leader della socialdemocrazia europea e mondiale, noto per le sue virulente critiche contro l’imperialismo americano, contro il regime dell’apartheid in Sudafrica, contro l’oppressione sovietica. Credeva nella funzione dell’Onu, era stato messo a capo di una commissione d’inchiesta internazionale sul traffico d’armi, gli armamenti e la sicurezza nell’ambito del confronto Est e Ovest, si batteva per il welfare, per l’accoglienza, per i diritti umani e per la pace.

Era un personaggio politico dal carattere talvolta aspro e divisivo che si era fatto, nel corso della carriera, tanto onore quanto tanti nemici. Quindi, tanti potenziali mandanti, dalla Cia al KGB, ai sudafricani, ai mercanti della morte, ai signori delle guerre in Africa, alle destre xenofobe e neofasciste, agli industriali che mal digerivano il suo progetto di economia pianificata in un contesto di socialismo democratico, con la cogestione delle grandi imprese e del sindacalismo, il cosiddetto “modello svedese”. E ancora: servizi segreti deviati, i cecoslovacchi istigati da Mosca perché Palme aveva appoggiato la Primavera di Praga, il fosco Pinochet, poiché il premier svedese aveva manifestato più volte una decisa opposizione diplomatica al governo dittatoriale cileno, dopo il sanguinario golpe del 1973.

Vennero tirati in ballo pure Stay Behind (e un fantomatico rapporto “Così fan tutte”, lambiccata coincidenza mozartiana col film che Palme andò a vedere…), il PKK curdo, il Vaticano, il premier portoghese Francisco Sá Carneiro e persino la P2 giacché qualche anno dopo saltò fuori un telegramma di Licio Gelli a Philip Guarino, ex prete cattolico vicino all’estrema destra, nel giro di Bush, dal testo inquietante: “Informa il nostro amico che la palma svedese sarà abbattuta”. La data? 25 febbraio 1986. Un delirio di complotti. Di congiure. Di oscuri pericoli. Di paranoie coperte dal segreto di Stato. O da “rivelazioni” che aggiungono confusione, e non approdano a nulla.

Nel corso delle indagini vennero interrogati oltre 10mila sospetti, ben 134 si dichiararono colpevoli, record mondiale di mitomani. Nel 2020 la Procura identificò in Stig Engström (un grafico impiegato dell’azienda Scandia) l’assassino “probabile”. Peccato fosse scomparso nel 2000, così l’inchiesta è stata chiusa e a fine 2025 il procuratore capo si è rifiutato di riaprire le indagini malgrado fosse stato richiesto l’utilizzo di nuove sofisticate tecnologie per rilevare tracce di Dna sul cappotto di Palme, lasciando cadere ogni ulteriore prova su Engström, in quanto insufficienti per garantirne la condanna. Insabbiamenti. Anzi, in Svezia hanno ribattezzato questi impantanamenti “Palmes Sjukdom”, la malattia di Palme. D’altra parte, il tema del complotto diventa particolarmente contagioso quando si trasforma, appunto per l’effetto Markov, in teoria suscettibile di spiegare tutto. Ossia niente.

Per la Svezia, fu un profondo trauma nazionale. L’inizio di una vicenda scandalosamente mai conclusa, un enigma giudiziario irrisolto. Poche ore prima di venire ammazzato, Palme aveva concesso un’intervista che uscì postuma con il titolo “Siamo tutti in pericolo”. I collaboratori ricordano che era piuttosto nervoso. E preoccupato. Tre giorni prima Gorbaciov aveva criticato l’era Breznev – bestia nera di Palme – aprendo il XXVII Congresso del Pcus, una svolta epocale e il primo ministro svedese ne temeva i contraccolpi sulle delicate relazioni internazionali, dunque sul ruolo della Svezia sino a quel momento paladina della neutralità ma anche della propria orgogliosa sovranità (qualche volta infranta da sconfinamenti di sommergibili e unità navali della Flotta sovietica del Baltico, con conseguenti crisi diplomatiche fra Mosca e Stoccolma).

Un paio di settimane prima la stampa svedese aveva dato ampio spazio all’ennesimo delitto delle Brigate Rosse italiane che avevano ucciso il sindaco di Firenze, Lando Conti, il 10 febbraio, e pure questo aveva preoccupato Palme, temeva l’escalation della violenza politica ma di estrema destra. Più volte era stato minacciato. Si rendeva conto che lo scenario politico e culturale stava mutando radicalmente: l’Onu degli anni Ottanta era in crisi, e lui vi aveva dedicato parecchie energie; la guerra fredda pareva ritornare, Usa e Urss gonfiavano i muscoli, il multilateralismo era in pausa, il neoliberalismo invece avanzava tracotante, e la scena finanziaria globale veniva spartita dall’FMI e dalla Banca Mondiale, soprattutto si stava mettendo in moto una dinamica che Palme temeva più di ogni altra cosa: gli Stati, oberati da conti insostenibili, provvedevano ad aggiustamenti strutturali che li portavano a sacrificare le politiche per lo sviluppo sociale, insomma il welfare doveva venire a patti con la cruda realtà dei bilanci. Palme, in fondo, era come un alfiere che sullo scacchiere della globalizzazione veniva sacrificato per le nuove strategie. Ne era consapevole?

A rispondere ci hanno provato in tanti: romanzieri, registi, serie tv (la più recente è apparsa su NetflixThe Unlikely Murderer). L’enigma sollecita ipotesi alternative, scandaglia piste inesplorate, azzarda coinvolgimenti impensabili. E’ il gioco delle parti: si insinuano “verità nascoste” dietro le apparenze, si rintracciano dettagli (o si immaginano) magari sottaciuti o trascurati, giacché la società e la vita di tutti noi è fatta di una moltitudine di minuscole congiure… la ricetta del complotto. Così, quella sera fatale, Palme decise di scacciare i brutti presentimenti portando al cinema Lisbeth, congedando la scorta e provando a disintossicare la mente dai rebus che l’indomani avrebbe dovuto affrontare: “Mi ci vuole una pausa”, disse alla moglie, “Olof amava la sua libertà”, dirà Lisbeth, prigioniera del mistero.

Il proiettile alla schiena lo tolse brutalmente di scena. Un messaggio che intimidì il Paese, e che avrebbe lentamente portato la Svezia neutrale ad entrare nella Nato, con un governo liberal-conservatore agli antipodi di quello che guidava, appoggiato dall’estrema destra, con un tasso di disoccupazione del 9 per cento, con le Ong che denunciano l’aumento delle diseguaglianze: secondo un rapporto dell’associazione Stockholms Standmission, pubblicato lo scorso 15 ottobre, 698mila persone (su 10,6 milioni di abitanti) si trovano in una situazione di “povertà materiale e sociale”, per colpa della rallentamento economico, dell’inflazione, delle regole più severe per ottenere gli aiuti statali. Senza dimenticare politiche restrittive su immigrazione e permessi di soggiorno, norme più severe del codice penale, l’affitto di una prigione in Estonia dove la Svezia conta di trasferire tra i 400 e i 600 detenuti (l’esempio Meloni…), l’abbassamento della responsabilità penale dei minori a tredici anni.

La criminalità organizzata è in aumento, e sfrutta gli adolescenti per omicidi su commissione e questo tema sarà uno degli argomenti dominanti della prossima campagna elettorale (si vota per le legislative il 13 settembre). La destra e l’estrema destra nazionalista ed etnonazionalista hanno deciso di non rispettare più gli impegni obiettivi climatici decisi a suo tempo, in linea con la dottrina Trump, investendo semmai il 2,4 per cento del prodotto interno alla Difesa. Ma tutto ciò comincia a suscitare grosso malessere.

Difesa, emigrazione, la sinistra svedese fa mea culpa, a cominciare proprio dai migranti, negli anni Novanta 200mila svedesi erano nati fuori dell’Europa, oggi sono sei volte tanto, perciò non si può più nascondere o reprimere l’impatto che essi hanno sulla società, la scelta di stringere i cordoni migratori e di filtrare quanto più possibile i riallaccianti familiari o di imporre la “rapida integrazione” obbligando ad imparare lo svedese altrimenti si torna da dove si è arrivati, secondo la sinistra “pentita” è quella che un tempo propugnava Palme, salvate il soldato Ryan cioè l’emblematico “modello sociale svedese” che mescolava prosperità e deboli ineguaglianze, ritroviamo la solidarietà tra le persone, ricostruiamo la coesione sociale con una lingua e però anche con dei valori comuni, l’integrazione è la soluzione corretta, ed è la conversione ideologica di un presente che ritrova il passato e che si scioglie dalle catene di Markov.

E’ pur vero che i socialdemocratici svedesi stanno attraversando ancora adesso una crisi esistenziale, ed ecco che si invita ad uscire dalla “ideologia mondializzatrice” che grava sull’economia, ma anche sull’immigrazione e la sicurezza, specie dopo l’invasione delle mafie internazionali e del narcotraffico. L’autocritica si condensa nei dibattiti: in questi ultimi decenni, i socialdemocratici si sono trasformati in un partito per universitari e quadri dirigenti piuttosto che per gli operai e gli emarginati. Si vedrà.

Intanto, oggi, come ogni 28 febbraio, verranno deposti fiori sulla placca di bronzo nel posto in cui Palme fu ucciso, “På Denna Plats Mördades Sveriges Statsminister Olof Palme” si legge, “Den 28 februari 1986”. E la Fondazione Olof Palme capitanata da Per Janse e Lars Borgnäs riproporrà, in occasione della mesta celebrazione, l’istituzione di una commissione parlamentare per appurare la verità, il solo modo, dicono, di onorarne la memoria e il lascito politico.

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