Che Trump, a poche ore dall’arrivo di Rubio in Vaticano, sia tornato ad attaccare papa Leone «sulla pace e sulla guerra» dimostra quanto profonde siano le motivazioni dell’inaudito scontro che la Casa bianca solleva contro di lui e quanto idolatriche siano le vesti religiose che sia Netanyahu sia Trump pretendono di indossare. Netanyahu e i suoi non risparmiano atrocità e alla Casa bianca si prega con e per Trump, «scelto da Gesù per accendere in Iran il marchio di fuoco che provocherà l’Armageddon e segnerà il suo ritorno sulla Terra», un presidente che privatizza perfino Gesù Cristo.
Le motivazioni profonde dello scontro risalgono addirittura ai fondamenti categoriali dell’Occidente e mettono in gioco la legittimità della visione del “politico” fondato sulla forza, sull’arbitrio e sulla violenza teorizzata da Machiavelli e Hobbes, a sua volta derivata dall’idea dell’intrinseca malvagità dell’essere umano, l’homo homini lupus hobbesiano. L’idea della malvagità intrinseca è stata parossisticamente coltivata da Lutero, il quale ha esteso la concezione del «peccato originale» in termini tali da vedere dal momento della caduta la natura dell’uomo irrimediabilmente corrotta e ogni generazione segnata dalla maledizione scaturente dalla prima disobbedienza, redimibile solo con la Grazia. Ma una forte benevolenza verso l’«ordine creaturale» fu sempre mantenuta dalla Chiesa cattolica: basti pensare alla propensione aristotelica verso la «socialità» umana di San Tommaso e alla fraternità nutrita dai gesuiti. Partire dall’attribuzione antropologica all’essere umano della «libertà di scegliersi», in fondo nega al male un’esistenza autonoma: per quanto esso sia radicale, il male non occupa il posto dell’originario, che è quello della disposizione al bene. Per il filosofo Paul Ricoeur, che chiama questo paradosso quello della «quasi-natura del male», il male resta contingente, anche se da sempre qui, sopravanzato dal desiderio del bene e dalla propensione alla pace.
Invece, attraverso la cupa antropologia di Machiavelli e di Hobbes – che assumono una infinita negatività della «colpa» – il dogma della distruttività innata e della malvagità naturale dell’uomo è rimasto uno dei cardini della cultura occidentale e oggi precipita nel bellicismo trumpiano.
Machiavelli per il quale la «mala contentezza» e la «malignità» sono endemiche negli esseri umani, mossi da appetiti insaziabili e pertanto solo da ingratitudine, volubilità, simulazione, vigliaccheria, cupidigia, tutte cose che rendono la morale non più universalmente impegnativa e giustificano la scissione tra etica e politica. Hobbes per il quale la cupiditas è il motore dell’essere umano, in quanto «la competizione per le ricchezze, l’onore, il comando o per gli altri poteri, inclina alla contesa, all’inimicizia e alla guerra, perché la via che porta un competitore al conseguimento del proprio desiderio è quella di uccidere, sottomettere, soppiantare o respingere l’altro». Ma nella tradizione critica, non solo occidentale, vi sono potenti anticorpi rispetto a tutto ciò, a partire dal cristianesimo e altri che andrebbero riscoperti. La correlazione dell’energia distruttiva al blocco dell’espressione spontanea delle capacità emotive, fisiche e intellettuali dell’essere umano è propria, in modi diversi, sia di Fromm sia di Marcuse. Quando «la tendenza della vita a crescere, ad essere vissuta, è minacciata – dice Fromm – l’energia così bloccata subisce un processo di alterazione» in termini distruttivi, palesando, pertanto, che la distruttività non è originaria e che essa «è il risultato della vita non vissuta». Ne segue che l’uomo, intrinsecamente relazionale, «non è necessariamente malvagio, ma malvagio diviene soltanto se mancano le adatte condizioni» alla sua crescita e alla sua fioritura. Quindi per Fromm «il male non ha esistenza indipendente, esso consiste nell’assenza del bene, è il risultato del fallimento nel realizzare la vita».
Contro le illusioni “buoniste” dell’illuminismo cosmopolita europeo, l’illiberalismo antidemocratico trumpiano urla che la politica è fondata sulla forza, sulla violenza, sulla guerra e sulla «letalità» di cui parla il capo del Pentagono Pete Hegseth, vedendo gli esseri umani animati solo dall’odio e dalla dicotomia amico/nemico. Ma, come all’immagine profondamente pessimista della natura umana corrisponde un’immagine autoritaria dello Stato, del diritto e della società, così l’alternativa sostenuta da Fromm e da Marcuse richiede una rinnovata alfabetizzazione politica verso l’universalizzazione della condizione umana in termini di valori quali «dignità», «umanità» e «riconoscimento», perché entrambi enfatizzano le energie creative e riconoscono nell’eros una componente fondamentale della democrazia.
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