sabato 9 maggio 2026

POLITICA E VIOLENZA. ANNIVERSARI. LA MORTE DI ALDO MORO 9 MAGGIO 1978. BRUNI P., 9 Maggio 1978. Moro in una Renault rossa in via Caetani. In quella Roma di fuoco solo Marika può ancora comprendermi, PAESEITALIA PRESS, 9.05.2026

 Nel ricordo di Aldo Moro e dei drammatici 55 giorni del 1978, rivivo la mia giovinezza nella Roma della tensione e delle Brigate Rosse, tra via Caetani, le piazze infuocate e le notti con Marika alla Casa dello Studente, mentre l’incontro con Leonardo Sciascia e il suo L'affaire Moro mi insegnava a leggere la politica, il potere e le ferite mai rimarginate della Repubblica italiana


Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.


Ci sono anni che non passano. Ci sono giorni che ritornano. Ci sono ore indimenticabili. Cosa è stato Aldo Moro per la mia generazione? Un interrogativo mai risolto. Erano gli anni della mia università in una Roma infuocata già prima del 16 marzo 1978 e anche dopo il 9 maggio di via Caetani. Io mi sono raccontato in quel contesto. In una Roma tra Brigate Rosse e la volontà di non accettare le richieste di Moro. Attenzione: non delle BR, ma di Aldo Moro con le sue lettere.
«Se la pietà prevale il Paese non è finito», scrisse Aldo Moro. Non fu capito. Volutamente o meno, non ha più importanza.
Erano gli anni della mia giovinezza in una città che è rimasta sempre dentro di me. Come quei 54-55 giorni. Appresi la notizia della morte di Moro mentre si studiava duramente alla Casa dello Studente di Casal Bertone.
Giorni di fuoco nell’intreccio di storie con quelle brigatiste che, subito dopo, si dissociarono. Fu in quel contesto che anche la mia vita cambiò. Eravamo tutti rivoluzionari? A sinistra come a destra? Mi è stato chiesto più volte. Con me c’era Marika. Chi era? Una brigatista? Ne ho parlato più volte nei miei libri, almeno in quattro. Anni lunghi con Marika sui gradini di Trinità dei Monti.
Moro rimase sempre nel mio immaginario, tanto da costringermi a scrivere tre, forse quattro libri, contaminando tutta la mia vita.

Eppure avevo 22 anni. L’anno in cui mi sono laureato. Proprio il 9 maggio, nel pomeriggio, dovevo sostenere l’ultimo esame di Letteratura contemporanea. Non si fece nulla. Fu rimandato a un mese dopo.

Scendemmo in piazza. L’appuntamento era al Colosseo. Lì cominciai ad amare e a leggere con passione uno scrittore che mi insegnò a vivere la politica: Leonardo Sciascia. Capii dopo che non si accettano compromessi e che l’intellettuale è sempre contro. Una motivazione che ho poi sempre incontrato nella mia vita.

Lì vidi intrecciarsi le rosse bandiere comuniste con falce, martello e stella, con le bianche dello scudo crociato. Lì capii che veramente Moro era morto per volontà cattocomunista. Le trattative di Bettino Craxi erano nel vento e il tentativo estremo di Amintore Fanfani, nelle ultime ore, per salvare Moro, era fallito. Aveva trionfato il partito della fermezza e neppure il suo amico Papa Paolo VI era riuscito a essere cristianamente autonomo.

Certo, la Chiesa ha avuto le sue terribili responsabilità anche dopo, celebrando un rito funebre senza il cadavere dello statista, alla presenza della farsa istituzionale, perché giustamente la famiglia volle un funerale privato. Un obbrobrio dell’ipocrisia cattolica.

Perché Sciascia?

Perché aveva capito tutto subito, scrivendo in pochi giorni quello straordinario libro L’affaire Moro, in cui raccontò l’abbraccio terribile del rosso e del bianco nella tempesta di quel maggio fiorito. Come se fosse l’immaginario della canzone di Fabrizio De André.
Sì, chi decise la morte di Moro? Il partito della fermezza, compreso l’allora Msi, il Pri, il partito sempre presente de “la Repubblica”, che considerava Moro pazzo, e non so chi altro. Tutte le analisi di quel tempo furono completamente errate. Moro era un “pazzo”. Questo si diceva e si scriveva. Proprio vero.

Le lettere di Moro scritte in quei 55 giorni venivano considerate la follia di un folle. Non era così. Non fu così. Lì è morta la vera Repubblica, se mai è esistita. Repubblica? O democrazia? Nessuna delle due, sul piano umano.


La chicca tragica, ironica e stupida fu, tra le tante, la famosa faccenda della seduta spiritica alla quale partecipò il prode Romano Prodi. Prodi? Che vergogna allora. Non si volle mai “approdare” alla chiarezza sulla seduta spiritica che indicava addirittura il luogo della prigionia di Moro. Mi pare fosse Gradoli, via Gradoli… Infatti, nella seduta spiritica emerse proprio Gradoli. Come mai?
Le commissioni, tante, cosa hanno risolto? Il complotto internazionale, americano, russo, arabo… Commissioni tanto inutili quanto prive di senso. Il fatto è stato, comunque, che tra dissociati, pentiti, rinsaviti e fuggiti all’estero, i cosiddetti terroristi hanno avuto persino la libertà di dare lezioni nelle università.

Il tempo passa e gli anni sono corti. Chi ha vissuto quella stagione la porterà sempre sulla pelle e nel cuore straziato. Già, quanti anni. Io, studente universitario in quella Roma di fuoco. Uno di quei ragazzi aggrappati alle finestre con le grate in via Caetani, in quel pomeriggio del 9 maggio 1978, ero io, giunto lì mentre il corpo di Moro era ancora nella Renault 4 rossa.

Il resto è nella cronaca di una tragedia mai risolta. Mai avremo una verità. Perché è così complessa tutta la vicenda e tutti i segreti sono diventati mistero.

Certo, Moro è legato alla mia giovinezza. Al tempo bello della mia università. Al tempo in cui Marika danzava su un tappeto di parole. L’ho rivista qualche mese fa. È completamente cambiata. Nel fisico, irriconoscibile. Ma sempre affascinante. Nel cuore, una mistica.

Mi ha detto soltanto: «Sono passati anni. Allora era la giovinezza che dominava. Ci siamo amati con la pelle e il cuore. Ora è rimasta l’anima. Ma ti prego», mi ha sottolineato, «non parliamo più di quel tempo».
Ci siamo salutati soltanto con un sorriso malinconico.
Ma l’uccisione di Moro non smette di campeggiare nella mia memoria. Come in quella di Marika, diventata stanca tra un vento fuggito e una corsa persa.

Tra quei ragazzi arrampicati su una finestra con le grate in via Caetani c’ero io. Ma Moro era considerato un folle. Il resto è tutto passato. Forse ora tutto è retorica. Ricordare non serve. So soltanto che chi ha vissuto quel tempo, direttamente, ha il diritto e il dovere di testimoniarlo.

Ma solo Marika può ancora comprendermi, anche se si è raccolta in un silenzio dentro i miei occhi.
Era bella Marika in quelle notti alla Casa dello Studente. Tutto è diventato soltanto tragico.

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