Goffredo Bettini. Durante la manifestazione del centrosinistra a Napoli, Conte ha detto che si è voluta costruire una minaccia russa all’Europa per giustificare le spese militari e dalla destra Pd è scattata una dura critica. Lei cosa ne pensa?
Conte ha detto una cosa precisa: si ad una difesa comune, in chiave di deterrenza, in grado di organizzarsi in scala più ampia, per risparmiare risorse da investire nel miglioramento della vita delle persone. Non sta avvenendo questo: piuttosto enormi finanziamenti sugli armamenti si stanno impiegando in ordine sparso. Alla guida c’è la Germania, fatto per me non rassicurante. Questa generale riconversione economica e produttiva è drogata dall’annuncio di un pericolo imminente di invasione dell’Europa, da parte della Russia. Ingigantire tale pericolo scoraggia, oggettivamente, una via negoziale.
L’Ucraina andava difesa senza incertezze, è stata vittima di un’aggressione criminale. È stato giusto mandare le armi, ma nello stesso momento occorreva aprirsi alla trattativa, alla tregua, alla ricerca di una via per la pace. Putin è un soggetto pericoloso nell’equilibrio mondiale. Non è il solo. Trump lo è in egual misura, e forse di più. Eppure, sarebbe un errore rompere l’alleanza storica tra l’Italia e gli Stati Uniti. Se tu, invece, dici che Putin è Hitler, dici una bugia storica e chiudi la possibilità di un dialogo. Putin non ha alcuna forza, anche se volesse, di aprire una guerra in Europa. Lo dicono diplomatici, generali, studiosi. E poi non si può affermare che la Russia è in difficoltà sul fronte ucraino, che è prossima ad un crollo della sua economia, e nello stesso tempo paventare un attacco contro di noi. Sono ragionamenti pacati, che non significano affatto essere putiniani.
C’è anche il tema del rapporto con la commissione von der Leyen. Da tempo Andrea Orlando auspica che Pd e socialisti prendano con più forza le distanze.
Condivido non da ora la posizione di Orlando. Naturalmente comprendo l’accortezza della nostra delegazione europea e del suo capogruppo Nicola Zingaretti. Differenziarsi dai socialisti europei è davvero un passaggio difficile. Deve essere discusso dall’insieme del partito. La nostra delegazione si è impegnata tantissimo, ma in certi momenti non può essere lasciata sola.
La piazza di Napoli, al netto delle contestazioni di Potere al popolo, non è stata un successo. Cosa si è sbagliato?
È stato giusto farla. L’unità delle forze fondamentali del centrosinistra va ulteriormente consolidata. Al di là di qualche difficoltà organizzativa e forse di una sottovalutazione di proteste prevedibili, il risultato politico c’è stato e resta. Da ora in poi si deve lavorare su un programma concreto e si deve allargare a tutte le energie democratiche che non si riconoscono nei 4 partiti che stavano sul palco di Napoli.
Sul programma sono emersi molti punti comuni, ma manca ancora una proposta che dia l’idea di una vera innovazione rispetto al centrosinistra del passato. Fratoianni ha proposto una tassa sulle grandi ricchezze, ma Pd e 5 stelle sono cauti. L’alleanza deve essere più rassicurante o più radicale?
Il riformismo è radicale, se vuole cambiare qualcosa. Il termine riformismo è stato stravolto ed abusato. Ad un certo punto, invece di significare governare sulla base di una spinta sociale e di cambiamento, è diventato il modo di disciplinare i ceti popolari alle compatibilità del liberismo. Ne sono derivati disastri. La destra è riuscita così a sfondare tra i ceti popolari. Spero ancora per poco. Sul fisco, infine, insisterei in modo più netto sulla leva della progressività e dell’evasione, ancora enorme in Italia.
Lei è tra quelli che ha detto sì a Renzi in coalizione, E tuttavia l’ex premier ha rappresentato il cuore di una svolta neoliberista del Pd e non ha mai cambiato posizioni. Come si concilia la sua presenza con la necessità di una svolta più rivolta al sociale?
Non solo Renzi a sinistra è stato suggestionato dal liberismo. Se, tuttavia, nel momento dell’unità, riapriamo le ferite del passato, non ne veniamo fuori. E non siamo credibili nell’allarme democratico contro Meloni. Oggi servono tutti. Va siglato un patto solenne di lealtà. I nostri principi di fondo non possono che essere: la pace e la riduzione drastica delle distanze sociali.
Oltre a Renzi al centro si muovono molte realtà che ad oggi non hanno trovato una sintesi. Onorato propone che sia Manfredi il regista di quest’area. Lei pensa che sarebbe opportuna una unica forza moderata, oppure che ci debbano essere più liste in coalizione?
Si. E menomale. C’è un risveglio nell’insieme dell’area democratica. Tanti soggetti si impegnano e agiscono. Per me sarebbe bello se si unissero tutti in una federazione paritetica, empatica, solidale. E sarebbe bello se una personalità autorevole, come il grande sindaco di Napoli Manfredi, fosse il garante di questa unità. Se questo non sarà possibile, si andrà separati, sono sicuro in amicizia.
La legge elettorale di Meloni è ormai vicina al sì della Camera. Pensa che Meloni andrà fino in fondo oppure potrebbe fermarsi? Se andrà avanti farete le primarie?
Penso che andrà avanti. La nostra opposizione dovrà continuare ad essere durissima. Le ragioni contrarie le abbiamo ripetute mille volte. Se la legge dovesse passare con l’indicazione del premier prima del voto, le primarie sono probabili se non emergerà una personalità in grado di unire tutti.

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