sabato 12 settembre 2015

GUERRA. INDUSTRIA MILITARE IN ITALIA. G. DI FEO, Eurofighter, colpo grosso di Renzi col Kuwait, L'ESPRESSO, 11 settembre 2015

il colpo grosso della coppia Renzi&Moretti. Perché se Finmeccanica è riuscita ad aggiudicarsi il contratto miliardario per i cacciaEurofighter in Kuwait il merito non è solo dell'azienda di armamenti, ma di un pressing congiunto con il governo. L'accordo non è stato ancora annunciato ufficialmente, ma viene confermato da diverse fonti finanziarie e dal mensile specializzato Rid: il titolo del gruppo a controllo statale è subito decollato in Borsa, con un più 4,3 per cento. Ma l'importanza dell'intesa è soprattutto industriale e strategica.

GUERRA. SICUREZZA MILITARE E ARMI ATOMICHE IN ITALIA. S. MAURIZI, Le bombe atomiche in Italia non sono al sicuro, L'ESPRESSO, 11 settembre 2015

icure, sicurissime? Mica tanto. Le 70 bombe atomiche americane stoccate nelle due basi militari di Aviano e Ghedi non sono affatto al sicuro, tant'è vero che gli Stati Uniti hanno dato il via a importanti lavori di ammodernamento della sicurezza di Aviano.

8 REFERENDUM ANTI-RENZI. J. JACOBONI, Dall’Italicum al Jobs Act. Civati e gli otto referendum, Landini e Sel fermi, no del M5S, LA STAMPA, 13 agosto 2015

Esiste una campagna referendaria di cui nessuno parla. Qualcosa che non capitava in queste dosi neanche alle campagne referendarie dei radicali, qualcosa di quasi incredibile, in una democrazia. Lanciata da Giuseppe Civati, ex deputato democratico, ha davanti lo scoglio arduo di superare cinquecentomila firme entro il 30 settembre. I referendum proposti dalla sua nuova aggregazione politica, che si chiama «Possibile», sono otto. Le modalità sono sia online, sia coi banchetti: si può firmare, se si ha una firma autenticata, sul sito:referendum.possibile.com/quesiti/ oppure si può organizzare un banchetto. E ne stanno nascendo, autoprodotti, ovunque. Nessuno li vuole vedere.


giovedì 10 settembre 2015

STORIA DEL RAZZISMO. PRIMA PARTE. E. MURATORE, Razzismo: la storia africana negata per ragioni ideologiche. Conversazione con Boubacar Boris Diop (parte prima), IL FATTO, 9 settembre 2015

Nell’intervista fattagli qualche settimana fa, il ProfessorMichal Balcerzak, membro del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle persone di origine africana, affermava che l’ignoranza degli italiani quanto alla nostra storia coloniale e, più generalmente, nei confronti della storia africana nel suo insieme, costituiva una tra le principali cause del razzismo contemporaneo nel nostro Paese.

FINANZIAMENTI AI PARTITI. PITONI, VELARDI, Finanziamento ai partiti, Camera vota legge che elargisce fondi senza controlli. M5s protesta, lancia banconote in Aula, IL FATTO, 9 settembre 2015

La Casta colpisce ancora. E si fa la sanatoria con 319 sì e 88 contrari. In barba alle delibere adottate dagliUffici di presidenza di Camera e Senato che, tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, avevano “congelato” l’erogazione della tranche del finanziamento pubblico che i partiti avrebbero dovuto incassare prima della pausa estiva. Avrebbero, appunto. Perché due mesi fa la commissione che si occupa del controllo dei bilanci - istituita dalla legge del governo Letta che elimina progressivamente il finanziamento fino all’azzeramento nel 2017 – si era dichiarata impossibilitata a svolgere le dovute verifiche sui bilanci 2013 e 2014 per mancanza di personale.

giovedì 3 settembre 2015

MIGRANTI VERSO L'EUROPA. Shocking images of drowned Syrian boy show tragic plight of refugees, THE GUARDIAN, 3 settembre 2015

The full horror of the human tragedy unfolding on the shores of Europe was brought home on Wednesday as images of the lifeless body of a young boy – one of at least 12 Syrians who drowned attempting to reach the Greek island of Kos – encapsulated the extraordinary risks refugees are taking to reach the west.
The picture, taken on Wednesday morning, depicted the dark-haired toddler, wearing a bright-red T-shirt and shorts, washed up on a beach, lying face down in the surf not far from Turkey’s fashionable resort town of Bodrum.
http://www.theguardian.com/world/2015/sep/02/shocking-image-of-drowned-syrian-boy-shows-tragic-plight-of-refugees

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Malgrado tutto

Il titolo lo leggo nel tardo pomeriggio di ieri sul “Guardian”, Shocking images of drowned Syrian boy show tragic plight of refugees, e i miei occhi saltano da “drowned”, a “boy” a “refugees” alla fotografia a fianco, clicco meccanicamente, per vederla meglio, certo, so che la posso vedere meglio. E lo faccio, e guardo, e leggo, ingoio anzi a pezzi l’articolo, Bodrum, la spiaggia, Turchia, Siria, la fuga, il mare, e guardo ancora, e poi clicco, ancora, guardo l’altra fotografia, l’immagine vera, brutale, inevitabile, quella che mi attira e mi stringe in un’oppressione fredda, quella che i lettori italiani, scoprirò più tardi, non vedranno, non subito almeno, non così facilmente, no, per il loro bene immagino, e intanto compio i gesti scontati, automatici, clic, seleziona, salva-con-nome. Ecco.

Un bambino morto annegato, un bambino di due anni senza nome, senza altro ormai che queste poche immagini, affogate anche loro nella schiuma di gesti ripetuti, identici, di riquadri che si disegnano sugli schermi e poi spariscono, di clic, di colpi d’occhio e magari di secondi sguardi più lunghi, più attenti forse, o più avidi. Un’immagine cui non si può resistere e che non ci dice nulla, il corpo di un bambino di due anni, bocconi, sul bagnasciuga, le gambe leggermente rannicchiate, le braccia tese con i palmi rivolti in alto, le scarpe con la suola di gomma chiara, non è così che dormono i bambini di due anni.

Mi chiama M, devi scrivere di questa immagine, mi dice, è il dovere elementare di chi vive di immagini, e ha ragione, è il mio mestiere in fondo, la mia presunta specialità. Ma penso anche, questo era il mio compito, al tempo in cui le immagini erano invariabilmente quelle degli altri, quelle degli altri tempi: di qui le genealogie, le corrispondenze, le iconografie organizzate in serie ben ordinate. Avrei fatto questo una volta, non più oggi. Nel tempo di ora, nel tempo, come dice Guido Mazzoni ne I destini generali, in cui le contraddizioni, i conflitti, non si risolvono più, il superamento dialettico è proibito e ci è dato solo abitare le lacerazioni senza sperare di risolverle, non mi è più permesso farmi da parte, issarmi sul mio osservatorio, brandire la mia abilità. Io sto giù, come tutti, e come tutti clicco, guardo, consumo immagini, mi paralizzo, e continuo a vivere.

Come tutti scrivo dead boy syria e vedo apparire migliaia di fotografie, migliaia di altri bambini morti ammazzati, fatti a pezzi, stesi su cassoni di camion, o su pavimenti, portati in braccio, morti, a migliaia.Shocking. A cosa serve il mio mestiere, mi chiedo, se non a confermare la nostra insaziabile fame di immagini, l’irresistibile scopofilia che ci trasporta senza sosta, noi abitanti della parte fortunata del mondo, noi a bordo di un drone in volo incessante su ogni possibile scenario di distruzione, violenza, dolore, su un mondo invariabilmente visto dall’alto, lo sguardo del dominio, del potere.

Perché dunque questa morte, perché questo bambino, perché oggi? La forza dell’immagine fotografica, ci hanno insegnato, è l’esser prova, pietra di inciampo per la volontà di rimuovere, negare, zittire. È testimonianza in nome dei deboli, dei soccombenti: la bambina bruciata dal napalm a My Lai, il bambino estratto dalle rovine della sua casa in Iraq, il ragazzo decapitato sulla spiaggia libica. Ecco perché la scelta del “Guardian”: far inciampare la logica oscena del tornaconto politico che detta oggi all’Europa la sua testarda volontà di non vedere, il suo ringhiare contro quelli, gli invasori sporchi e mezzi morti che si gettano sulle spiagge in Italia, in Grecia, ovunque. Vedete, ora?

Ma cosa vediamo? Il “New York Times” ha iniziato la settimana scorsa a raccontare le storie del “fiume di migranti” in fuga, le storie di notti insonni, stazioni, filo spinato, controlli, polizia. Le storie tutte uniche e tutte uguali della paura e del coraggio, del cinismo, della brutalità, ma storie comunque, e luoghi, nomi, identità individuali: testimonianze, seppure colte come in un lampo nell’oscurità che le avvolge. Ma qui, di fronte a questo bambino morto, di fronte a questo oggetto muto, emerge l’altra verità della fotografia, il suo essere sempre ellittica, reticente, ambigua, il suo esigere un testo, una parola di appoggio. Questa necessità di didascalia è un’ansia di rassicurazione, di normalità: anche la più accurata delle leggende, suggeriva Susan Sontag, resta in fondo solo una delle molteplici interpretazioni possibili. Per questo forse la fotografia di reportage mi sembra irresistibile e ripugnante al tempo stesso, con la sua letteralità, il suo insopportabile candore, la sua pretesa di verità, la sua arroganza, la sua medietà, così pronta a piegarsi a ogni fariseismo volgare, e insieme certo, con la sua flagranza, e magia, e forza oggettivante, e straniante.

A ragione Roland Barthes diffidava delle fotografie di cronaca, delle foto “unarie” che veicolano enfaticamente la realtà, in blocco, senza farla vacillare. Producono choc, ma non colpiscono in profondità, il loro effetto è momentaneo, una piccola puntura senza conseguenze. C’è allora qualcos’altro in queste immagini che possa sottrarle al loro destino di irrilevanza? Un appiglio, a parte il breve blip sul tracciato altrimenti piatto del buon senso corrente, dell’indignazione automatica e presto sopita? Poco, se non la casualità messa a nudo dallo scatto, le coincidenze che la attraversano: il piccolo corpo zuppo d’acqua, l’uomo in uniforme che lo trasporta sulla spiaggia, i pezzi di plastica bianca che spiccano sulla sabbia, la maglietta rossa e i pantaloncini blu del bambino, identici ai colori della casacca del poliziotto, su cui a lettere bianche sta scritto “Gendameria/Indagini sulla scena del delitto”. Ecco, un delitto, non un evento naturale: non doveva andare così, poteva non andare così. Può essere questa la smagliatura, la fessura attraverso cui entrare, appropriandocene, in queste fotografie?

http://www.doppiozero.com/materiali/commenti/malgrado-tutto

IL FUTURO DELLA SINISTRA IN ITALIA. A. ASOR ROSA, Cinque pezzi difficili per la crisi italiana, IL MANIFESTO, 2 settembre 2015

Con­cordo con pres­so­ché tutti i punti del deca­logo for­mu­lato da Norma Ran­geri su que­ste colonne (28 luglio) per l’apertura della discus­sione. Tut­ta­via, fra gli obiet­tivi e la loro pre­su­mi­bile rea­liz­za­zione s’interpone da parte mia un cumulo di dubbi e di per­ples­sità (come sem­pre più spesso, ahimè, mi capita), che sem­bre­rebbe, forse, oscu­rare gli obiet­tivi di cui sopra (non sarebbe, nono­stante tutto, nelle mie inten­zioni). Ma vediamo.