martedì 12 agosto 2014

FILOSOFIA POLITICA. A. CARIOTI, Di sole parole il riformismo muore. Recensione a S. Veca, Non c'è alternativa! Falso, LA LETTURA, 10 agosto 2014

L’economia ristagna, le diseguaglianze crescono, popolazioni in fuga da guerre e carestie si affollano alle frontiere, avanzano elettoralmente i demagoghi xenofobi, conflitti sanguinosi si trascinano a poca distanza da noi nella più assoluta impotenza della comunità internazionale. Con l’Italia e l’Europa ridotte così, sostenere che proseguire di questo passo è la via obbligata risulta intollerabile. E suscita una forte reazione del filosofo Salvatore Veca, che la esprime nelle pagine del pamphlet «Non c’è alternativa». Falso!, edito da Laterza nella collana Idòla, specializzata in interventi polemici.


Supportato da una larga messe di suggestivi riferimenti culturali, il libro di Veca fa appello «all’immaginazione politica, morale e sociale» per spezzare i vincoli che sembrano condannarci a un degrado progressivo della convivenza democratica. Chiede che ci si occupi non solo dei mezzi, dei provvedimenti da adottare per rimettere in sesto l’economia, ma anche dei fini, del modello di società che vogliamo promuovere per assicurare un futuro degno di essere vissuto alle generazioni che verranno.
Un discorso che in teoria non fa una piega, ma in pratica mette a nudo la sconcertante impotenza del riformismo contemporaneo. Perché tracciare obiettivi desiderabili non è difficile: i politici lo fanno regolarmente in tutte le campagne elettorali. Quante volte hanno promesso di ridurre la precarietà e le disparità sociali, di offrire un’accoglienza dignitosa agli immigrati, di combattere la corruzione, l’illegalità e il crimine organizzato, di ridurre il carico fiscale e rilanciare la crescita, di coniugare sviluppo e salvaguardia dell’ambiente?
I fini li sentiamo ripetere all’infinito, anche da esponenti dell’establishment politico e intellettuale specializzati nel predicare bene e nel razzolare male. Ma su quali possano essere i mezzi per raggiungerli regna una fitta nebbia. O meglio, si sente sempre parlare di ricette vaghe: quando poi si entra nel merito, di solito balza agli occhi l’inadeguatezza degli strumenti proposti rispetto agli scopi da raggiungere. Così i governi finiscono per assomigliarsi tutti e la convinzione che non vi sia l’alternativa, se non il rigetto in blocco della classe dirigente, si fa sempre più strada tra i cittadini.
Ovviamente sarebbe assurdo chiedere a Veca, che è non è un politico, né un economista o un giurista, d’indicare misure specifiche per raggiungere i lodevoli obiettivi che assegna all’azione dei pubblici poteri. Ma il fatto che si richiami al concetto di utopia, sebbene declinato in senso pluralistico e non autoritario, è un’ulteriore spia delle difficoltà in cui versa la cultura progressista. Anche il suo condivisibile invito ad allargare lo sguardo oltre i confini degli Stati, «mettendo a fuoco i lineamenti di istituzioni e pratiche e norme che abbiamo carattere transnazionale», deve misurarsi con il dato storico per cui finora la democrazia è stata praticata solo a livello nazionale. Infatti tra le utopie che popolano lo «spazio pubblico» in Europa, per usare una terminologia cara a Veca, ci sono anche quelle volte ad innalzare steccati («torniamo alla lira», «sigilliamo le frontiere») e a promuovere identità immuni ai contagi esterni. La globalizzazione capitalista presenta difetti enormi, ma i suoi avversari sono spesso tutt’altro che rassicuranti.
Salvatore Veca, «Non c’è alternativa». Falso!, Laterza 2014, pagine 104, € 9

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