sabato 20 settembre 2014

EUROPA E RIFORMISMO. M. ALBERTI, Il riformismo alla rovescia, IL MANIFESTO, 17 settembre 2014

oggi per l’Europa si aggira un nuovo spet­tro: lo spet­tro delle riforme. Que­sto spet­tro non mette certo in allarme i ceti pri­vi­le­giati. Al con­tra­rio, esso si pre­para a con­so­li­darne le ren­dite di posizione.


Ma le riforme non erano tra­di­zio­nal­mente uno stru­mento di pro­gresso sociale? Un tempo, forse. Negli ultimi anni il con­cetto di riforma è stato «scip­pato» al les­sico sto­rico della sini­stra, rove­sciato nel suo signi­fi­cato e reso fun­zio­nale alle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste. Cosa sono, in defi­ni­tiva, que­ste bene­dette riforme invo­cate da ogni parte poli­tica (e dette altri­menti – con un tono un po’ col­lo­diano – «com­piti a casa»)? È pre­sto detto: più fles­si­bi­lità e pre­ca­rietà del lavoro, meno stato sociale, più pri­va­tiz­za­zioni, meno impacci per l’impresa pri­vata e via di seguito.
Riforme neces­sa­rie, ci dicono da ogni parte. Chi si azzarda a far notare che que­ste cosid­dette «riforme» sono in realtà prov­ve­di­menti stan­tii e fal­li­men­tari – gli stessi che hanno pro­vo­cato la crisi attuale – è subito bol­lato come uto­pi­sta, estre­mi­sta e mena­gramo.
Que­sto para­dos­sale rifor­mi­smo ha in Ita­lia una sua tra­du­zione tutta par­ti­co­lare. Qui da noi le riforme – sia quelle che «ci chiede l’Europa», sia quelle che inven­tiamo auto­no­ma­mente – si tra­du­cono spesso in un muta­mento con­ti­nuo delle norme varate dai governi pre­ce­denti, in una for­sen­nata e spesso irra­zio­nale corsa all’innovazione legi­sla­tiva. È quello che potremmo chia­mare il «rifor­mi­smo di Pene­lope»: un costante fare e disfare le leggi, un muta­mento per­pe­tuo del qua­dro nor­ma­tivo fina­liz­zato – si pre­sume – a ren­dere l’Italia un paese sem­pre più effi­ciente e moderno.
Pren­diamo ad esem­pio il caso del set­tore sco­la­stico e uni­ver­si­ta­rio, tor­men­tato da con­ti­nue riforme spesso dan­nose e inu­tili, e ispi­rate a un malin­teso effi­cien­ti­smo. Viene il sospetto che que­sto con­ti­nuo rifor­mare sia in realtà un «effetto fumo­geno» volto a celare la vera, grande con­tro­ri­forma di que­sti ultimi anni: la ridu­zione di risorse pub­bli­che desti­nate al sistema dell’istruzione.
La variante ita­liana del neo­ri­for­mi­smo euro­peo si pre­senta ora nelle vesti del «nuo­vi­smo» e del «gio­va­ni­li­smo» di marca ren­ziana, die­tro cui si cela una prassi di governo del tutto coe­rente con il pen­siero unico che domina da trent’anni. La rapi­dità con cui ven­gono appro­vate le riforme ren­ziane non equi­vale a effi­cienza, ma è sin­tomo piut­to­sto di uno svuo­ta­mento di signi­fi­cato dei pas­saggi par­la­men­tari. Renzi e i suoi spu­meg­gianti mini­stri sem­brano insof­fe­renti rispetto ai «riti par­la­men­tari», e lo dimo­stra l’enfasi posta sulla riforma del senato.
Ma in Ita­lia non è Renzi ad avere stra­volto per primo il signi­fi­cato tra­di­zio­nale del rifor­mi­smo. Negli ultimi anni quasi tutti i par­titi della mag­gio­ranza e dell’opposizione, dichia­ran­dosi tutti auten­ti­ca­mente «rifor­mi­sti», hanno invo­cato e rea­liz­zato una mol­te­pli­cità di riforme: della Costi­tu­zione, della magi­stra­tura, del sistema elet­to­rale, del mer­cato del lavoro, del sistema pen­sio­ni­stico, della sanità. L’elenco sarebbe dav­vero lungo. Ma il rifor­mi­smo tanto in voga negli ultimi tempi ha ancora qual­cosa in comune con il rifor­mi­smo sto­rico della tra­di­zione socia­li­sta? Pur­troppo no. Il con­cetto di riforma risulta del tutto stra­volto rispetto alle carat­te­ri­sti­che che aveva assunto nel Novecento.
C’è una pro­fonda discon­ti­nuità che separa il rifor­mi­smo sto­rico della tra­di­zione socia­li­sta e social­de­mo­cra­tica dal neo­ri­for­mi­smo attuale che, più che con­fi­gu­rarsi come un’evoluzione del primo, ne rap­pre­senta al con­tra­rio l’antitesi.
Que­sto ribal­ta­mento è un sin­tomo della per­du­rante ege­mo­nia cul­tu­rale e poli­tica del pen­siero libe­rale e del libe­ri­smo. Il neo­ri­for­mi­smo costi­tui­sce una variante di un pen­siero unico liberal-liberista del tutto paci­fi­cato con l’esistente ed estra­neo ad ogni ipo­tesi di alter­na­tiva di sistema.
Fino agli anni Set­tanta il rifor­mi­smo fu il ter­reno d’azione di diverse forze poli­ti­che di sini­stra, nono­stante il ter­mine fosse poco pre­sente a livello pro­gram­ma­tico. Anche i comu­ni­sti, sto­ri­ca­mente avver­sari del socia­li­smo rifor­mi­sta, accet­ta­rono un ter­reno di lotta poli­tica sostan­zial­mente rifor­mi­sta. A par­tire dagli anni Ottanta, invece, nono­stante la dif­fu­sione di dibat­titi sul rifor­mi­smo, appar­vero i primi segni di un distacco dai punti di rife­ri­mento tra­di­zio­nali: il decen­nio fu il pre­lu­dio alla crisi e, se si vuole, al “tra­di­mento” del rifor­mi­smo. In nome di quest’ultimo, infatti, a par­tire da allora, in un per­corso che arriva fino a oggi, è stato por­tato avanti un «ritorno all’ordine» in senso capitalistico.
Se qual­che vero rifor­mi­sta del pas­sato (uno a caso: Filippo Turati) giun­gesse nell’Italia di oggi e vedesse quante «riforme» ven­gono invo­cate e rea­liz­zate potrebbe quasi pen­sare che il socia­li­smo sia vicino. Poi si accor­ge­rebbe che non è affatto così.

Nessun commento:

Posta un commento