venerdì 24 gennaio 2014

LINGUAGGIO E POLITICA. JASON STANLEY, Le parole insidiose, IL MANIFESTO, 22 gennaio 2014

Pla­tone  aveva una scarsa con­si­de­ra­zione della demo­cra­zia. Rite­neva che la poli­tica fosse un’arte ed era con­vinto che per com­pren­dere l’essenza di quell’arte biso­gnasse avere delle com­pe­tenze. Il filo­sofo ha sem­pre soste­nuto che non c’è alcuna spe­ranza che la mol­ti­tu­dine possa con­se­guire le abi­lità richie­ste per gover­nare, poi­ché viene facil­mente ingan­nata dai sofi­sti. Da ciò ne è con­se­guito, per il pen­sa­tore greco, un rifiuto netto per la demo­cra­zia come sistema di potere pra­ti­ca­bile. È «pro­ba­bile che le ori­gini della tiran­nia si tro­vino pro­prio in un regime demo­cra­tico e in nes­sun altro luogo» (Pla­tone, La Repub­blica). Un giu­sto sistema di governo deve inse­diare al potere i filo­sofi, sono loro gli unici in grado di com­pren­dere l’essenza delle cose.



a­tone aveva ragione a con­si­de­rare le sue opi­nioni incom­pa­ti­bili con la demo­cra­zia. L’idea che i cit­ta­dini non siano capaci di dare giu­dizi sull’amministrazione pub­blica, che l’economia e la poli­tica siano aree di com­pe­tenza, come il campo medico, è qual­cosa di pro­fon­da­mente anti­de­mo­cra­tico. Cosa è neces­sa­rio dun­que per una demo­cra­zia al fine di evi­tare la minac­cia che si «tra­sformi in tiran­nia»? Secondo quanto affer­mato da molti stu­diosi, la demo­cra­zia esige una cit­ta­di­nanza infor­mata, qual­cuno che possa impe­gnarsi in dibat­titi pub­blici moti­vati su que­stioni poli­ti­che. È uno stan­dard elevato.
’idea più «mode­sta» dei requi­siti neces­sari alla demo­cra­zia è tut­ta­via difen­di­bile: i cit­ta­dini devono avere una ragio­ne­vole capa­cità nel rico­no­scere quando un’azione poli­tica viene fatta nel loro inte­resse. La visione di Pla­tone è anti­de­mo­cra­tica per­ché parte dal pre­sup­po­sto che anche que­sto livello sia troppo alto. La mol­ti­tu­dine sarà sem­pre ingan­nata dalla pro­pa­ganda e dalla falsa reto­rica, indotta a votare con­tro i pro­pri interessi.
Una pro­fonda com­pren­sione di come il lin­guag­gio venga uti­liz­zato per insi­diare la demo­cra­zia stessa è, quindi, essen­ziale in ogni stato democratico.
n è neces­sa­ria nes­suna spe­cia­liz­za­zione in filo­so­fia del lin­guag­gio o in lin­gui­stica per riu­scire a indi­vi­duare alcuni usi della pro­pa­ganda. Per esem­pio, è pra­tica comune negli Stati Uniti dare un nome fuor­viante ai dise­gni di legge. Quello del 2001, che ha per­messo alle forze gover­na­tive di vio­lare la Costi­tu­zione degli Stati Uniti, con lo spio­nag­gio dei suoi cit­ta­dini, senza un man­dato, è stato chia­mato «Patriot Act», un nome che ha inde­bo­lito la pos­si­bi­lità di fare opposizione.
Più di recente, nel novem­bre 2013, la Camera dei Rap­pre­sen­tanti ame­ri­cana ha appro­vato la legge «Swap Regu­la­tory Impro­ve­ment Act». Il nome del dise­gno di legge sug­ge­riva che quel dispo­si­tivo avrebbe dovuto miglio­rare la rego­la­men­ta­zione del mer­cato nel campo dei deri­vati, lo stesso che pro­vocò il crollo del sistema finan­zia­rio mon­diale nel 2008 e obbligò al sal­va­tag­gio di grandi isti­tu­zioni finan­zia­rie in Usa. Eppure, scritto quasi inte­ra­mente dalla mega­banca Citi­group, il dise­gno di legge per­mette pro­prio alle ban­che di uti­liz­zare i depo­siti assi­cu­rati dal governo fede­rale per spe­cu­lare sul mer­cato dei deri­vati. Tutela in tal modo le stesse ban­che: saranno infatti nuo­va­mente «sal­vate» se i mer­cati dei deri­vati, ancora una volta, subi­ranno un col­lasso. È que­sto in realtà l’unico «miglio­ra­mento nor­ma­tivo» che il dise­gno di legge propone.
 stra­te­gia è par­ti­co­lar­mente dif­fusa nella poli­tica eco­no­mica, in cui le parole uti­liz­zate per rac­con­tare ciò che sta acca­dendo con gli Stati ven­gono pre­le­vate dai con­te­sti che descri­vono le finanze di una fami­glia nor­male. La parola «debito» è diversa se appli­cata all’Unione euro­pea, che può stam­pare la pro­pria moneta, piut­to­sto che ad una fami­glia, che non può farlo. Ma un capo­fa­mi­glia, che si iden­ti­fica in colui che cerca di evi­tare di debito, può essere ingan­nato e appog­giare poli­ti­che che, di fatto, vanno con­tro gli inte­ressi della sua fami­glia; l’imbroglio sta nell’incapacità di com­pren­dere che «debito» signi­fica qual­cosa di molto dif­fe­rente se riguarda un governo o una unione politica.
Ci sono poi forme più sot­tili di pro­pa­ganda, per le quali un’analisi det­ta­gliata del lin­guag­gio e dell’uso lin­gui­stico risulta assai utile. I lin­gui­sti distin­guono tra ciò che è pre­sup­po­sto da un enun­ciato e il punto focale del mede­simo. Chi è in disac­cordo, deve accet­tare prima i pre­sup­po­sti di quell’enunciato. Se affermo: «È Gio­vanni che ha risolto il pro­blema», e qual­cuno non è d’accordo, deve sug­ge­rire che un altro abbia agito. È dif­fi­cile dire «no» e voler con ciò asse­rire che il pro­blema non sia stato affatto risolto. L’espressione «È Gio­vanni che ha risolto il pro­blema» fa pre­su­mere che qual­cuno lo abbia comun­que districato.
 stra­te­gia è par­ti­co­lar­mente dif­fusa nella poli­tica eco­no­mica, in cui le parole uti­liz­zate per rac­con­tare ciò che sta acca­dendo con gli Stati ven­gono pre­le­vate dai con­te­sti che descri­vono le finanze di una fami­glia nor­male. La parola «debito» è diversa se appli­cata all’Unione euro­pea, che può stam­pare la pro­pria moneta, piut­to­sto che ad una fami­glia, che non può farlo. Ma un capo­fa­mi­glia, che si iden­ti­fica in colui che cerca di evi­tare di debito, può essere ingan­nato e appog­giare poli­ti­che che, di fatto, vanno con­tro gli inte­ressi della sua fami­glia; l’imbroglio sta nell’incapacità di com­pren­dere che «debito» signi­fica qual­cosa di molto dif­fe­rente se riguarda un governo o una unione politica.
Ci sono poi forme più sot­tili di pro­pa­ganda, per le quali un’analisi det­ta­gliata del lin­guag­gio e dell’uso lin­gui­stico risulta assai utile. I lin­gui­sti distin­guono tra ciò che è pre­sup­po­sto da un enun­ciato e il punto focale del mede­simo. Chi è in disac­cordo, deve accet­tare prima i pre­sup­po­sti di quell’enunciato. Se affermo: «È Gio­vanni che ha risolto il pro­blema», e qual­cuno non è d’accordo, deve sug­ge­rire che un altro abbia agito. È dif­fi­cile dire «no» e voler con ciò asse­rire che il pro­blema non sia stato affatto risolto. L’espressione «È Gio­vanni che ha risolto il pro­blema» fa pre­su­mere che qual­cuno lo abbia comun­que districato.
indi, anche se i mem­bri di quella società hanno accesso a noti­zie atten­di­bili, magari via Inter­net, non si fidano. Sono adde­strati al sospetto. Senza fidu­cia, non vi è alcun modo, per qual­siasi spea­ker, di essere preso sul serio nel pub­blico domi­nio. Il risul­tato di que­sto atteg­gia­mento? È una società in cui le distin­zioni tra poli­tici e clo­wns svaniscono.
Uno Stato demo­cra­tico è quello in cui l’ingresso delle per­sone comuni nelle scelte poli­ti­che le rende legit­time. Ma la dif­fu­sione e l’accettazione della pro­pa­ganda da parte dei poli­tici e dei media mina la pre­gnanza della loro par­te­ci­pa­zione. Se l’opinione pub­blica è stata diso­rien­tata dalla pro­pa­ganda costruita da chi detiene il potere, l’entrata in poli­tica dei cit­ta­dini è irri­le­vante e lo stato non demo­cra­tico. Uno Stato demo­cra­tico neces­sita una cit­ta­di­nanza sem­pre vigile, in grado di moni­to­rare e punire i suoi poli­tici e i media quando pie­gano il lin­guag­gio ad un mec­ca­ni­smo di con­trollo, dimen­ti­cando che è invece una fonte di informazione.

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