mercoledì 21 gennaio 2026

NUOVO GOVERNO EMME. POLITICA ECONOMICA E SOCIALE. RAPPORTO OXFAM 2026. Quando la disuguaglianza erode la democrazia, 19 GENNAIO 2026

 



In un mondo lacerato da conflitti, crisi climatica e tensioni geopolitiche, la disuguaglianza corre più veloce che mai. La concentrazione di ricchezza è in aumento e i divari economici – frutto di scelte politiche che da anni alimentano rendite di posizione – si acuiscono in molti Paesi. L’Italia non fa eccezione, tra opportunità che si restringono e fratture sociali che si fanno sempre più profonde. Nel rapporto che pubblichiamo oggi, Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia, in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, chiediamo un cambio di rotta.


L’ASCESA DEI SUPER RICCHI IN UN MONDO SEMPRE PIU’ POVERO

Nel 2025, la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni. Complessivamente, i patrimoni miliardari hanno toccato il livello record di 18.300 miliardi di dollari, segnando un aumento dell’81% rispetto al 2020. Si tratta di un ammontare esorbitante, equivalente a 8 volte il Pil dell’Italia e a 26 volte le risorse necessarie per riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale soglia di povertà estrema.


Alla crescita portentosa della concentrazione di ricchezza fa da contraltare un tasso di riduzione della povertà globale sostanzialmente invariato negli ultimi 6 anni. La povertà estrema è nuovamente in aumento in Africa, quasi la metà della popolazione mondiale vive in povertà e 1 abitante su 4 del pianeta soffre di insicurezza alimentare.

DISUGUAGLIANZA: UNA MINACCIA PER LA DEMOCRAZIA

Nel rapporto denunciamo il circolo vizioso tra la concentrazione estrema di ricchezza e la concentrazione strabordante di potere politico. Gli individui più ricchi lo esercitano efficacemente, indirizzando a proprio vantaggio scelte di politica pubblica che dovrebbero invece beneficiare l’intera collettività e attenzionare prioritariamente il benessere e le aspirazioni dei suoi componenti più vulnerabili, quelle fasce sociali che il potere politico trascura invece da tempo, anche in virtù della loro minor voce e della debolissima rappresentanza politica che riescono a esprimere. L’elevato potere economico facilita l’accesso e il controllo – talvolta invisibile e altre volte addirittura diretto – del potere pubblico. In aggiunta, la proprietà dei principali media e social network – oggi sempre più concentrata e appannaggio dei rappresentanti delle élite – consente a pochi attori di esercitare un condizionamento sproporzionato del discorso pubblico, supportando ricette politiche da cui le élite traggono vantaggio e screditando alternative egalitarie.

Il quadro analitico diventa più fosco se si abbraccia la tesi, che noi condividiamo, che le ricette proposte – che hanno fin qui generato conflitti, impoverimento e disuguaglianze insostenibili – necessitano sempre più spesso di strumenti coercitivi e autoritari per mantenere lo status quo. Assistiamo invero a processi di autocratizzazione, rapidi e virulenti, come quello Oltreatlantico, e a un radicamento, più strisciante, della dinamica autoritaria in molti Paesi del mondo.

Questi processi, da cui non è avulso il nostro Paese, portano all’erosione di istituzioni democratiche, alla compressione della libertà di espressione e manifestazione, alla criminalizzazione del dissenso nonché all’ipertrofia repressiva, accompagnate dall’incattivimento del linguaggio pubblico e da raffigurazioni mediatiche che giustificano e rendono senso comune la riduzione dei diritti.


“Dobbiamo scegliere. Possiamo avere la democrazia oppure possiamo avere la ricchezza concentrata in poche mani. Ma non possiamo avere queste due cose assieme”. Questa frase, pronunciata quasi un secolo fa dal giurista, costituzionalista e giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis, è di estrema attualità oggi per discutere l’aumento delle disuguaglianze economiche e i loro effetti sullo stato di salute delle democrazie.

Elevate disuguaglianze rappresentano di fatto il fallimento della democrazia: corrodono il tessuto morale della società e lacerano il patto civico, il senso di appartenenza, la capacità di riconoscersi parte di un destino comune. Minacciano la coesione, disintegrando i legami sociali, la corresponsabilità morale e la fiducia reciproca, quella fiducia che rappresenta un bene relazionale che si costruisce solo quando le vite hanno una qualche forma di prossimità e i destini non divergono in direzioni opposte. La disuguaglianza rompe tale prossimità, fa evaporare lo spazio morale in cui ciascuno riconosce all’altro la dignità di un pari, di un concittadino, riducendo la società a un insieme di isole separate, indifferenti e incomunicabili”, a un insieme di “io” che smettono di dare valore al destino degli “altri”. Se dalla dimensione individuale si passa a quella collettiva e se si adotta una prospettiva territoriale, ci si trova di fronte a un arcipelago diviso in luoghi (“isole”) che contano e luoghi che non contano. A questi ultimi, il cui numero è in espansione, corrispondono aree trascurate, prive di potere e prospettive, in cui il disagio delle persone si trasforma in un sentimento condiviso di esclusione e la perdita di opportunità e di riconoscimento si traduce più facilmente in voto anti-sistema, di rottura contro centri e classi dirigenti percepiti come lontani e indifferenti. Luoghi il cui smarrimento e malcontento sono intercettati con maggiore facilità da forze politiche populiste o estremiste, con proposte di cambiamento tanto illusorie quanto in grado di attecchire e determinare, in caso di successo elettorale, una preoccupante involuzione democratica.

L’ITALIA: IL PAESE DELLE FORTUNE INVERTITE

In uno scenario globale di aggravamento delle disuguaglianze e progressiva erosione democratica, l’Italia non fa purtroppo eccezione, confermandosi il Paese delle fortune invertite, in cui l’azione di governo è sempre più tesa a riconoscere meriti e premialità a gruppi sociali e territori in condizioni di relativo vantaggio, disinteressata a ricucire i divari economico-sociali, disattenta al benessere dei cittadini in condizioni di maggiore vulnerabilità e pericolosamente incline a torsioni illiberali che minano i principi democratici.

DIVARI DI RICCHEZZA INSOSTENIBILI

Nel 2025 i miliardari italiani hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni al giorno), raggiungendo 307,5 miliardi detenuti da 79 individui (erano 71 nel 2024).
Il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera, contro poco più di 6 volte nel 2010. Dal 2010 al 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2.000 miliardi, ma il 91% di questo incremento è andato al 5% più ricco, mentre la metà più povera ha ottenuto appena il 2,7%.
Oggi il top 5% detiene il 49,4% della ricchezza nazionale, quasi il 17% in più di quanto possiede il 90% più povero.


UN’ITALIA SEMPRE PIÚ EREDITOCRATICA

Il nostro Paese si va contraddistinguendo inoltre per un profondo cambiamento nei meccanismi di accumulazione dei patrimoni, che riducono fortemente il dinamismo economico e sociale e hanno ripercussioni negative sull’uguaglianza di opportunità e sulle prospettive di mobilità intergenerazionale: è in forte crescita infatti il peso delle eredità sul totale della ricchezza nazionale e i lasciti diventano sempre più concentrati. La dinamica rischia di consolidare il carattere “ereditocratico” della nostra società, alla luce del valore dei patrimoni che si stima “passeranno di mano” nel prossimo decennio (almeno 2.500 miliardi di euro), in un contesto caratterizzato per di più da un prelievo molto blando sulla ricchezza trasferita.

LOTTA ALLA POVERTÀ, NON PERVENUTA

I primi due anni del Governo Meloni restituiscono inoltre un quadro sconfortante stasi della povertà assoluta in Italia: oltre 2,2 milioni di famiglie per un totale di 5,7 milioni di individui nel 2024 non disponevano di risorse mensili sufficienti ad acquistare un paniere di beni e servizi essenziali per vivere in condizioni dignitose. L’allarmante immutabilità del fenomeno nell’ultimo biennio, in coda a una crescita portentosa della povertà dal 2014, appare destinata a mantenersi anche nei prossimi anni secondo le stesse previsioni governative.

L’AVANZATA DEL DISAGIO ABITATIVO

Se la povertà assoluta è sostanzialmente stabile sul totale delle famiglie, la sua diffusione cresce tra i nuclei in affitto con un’incidenza più alta tra quelli con figli o di origine straniera. Per le famiglie in affitto, l’incidenza della spesa per la casa arriva a quasi un terzo del reddito o supera il 40% nei grandi centri urbani. Un costo che, complice anche l’impennata dell’inflazione, è diventato negli ultimi anni sempre più oneroso, aggravato dalla stagnazione salariale di lungo corso che caratterizza l’Italia.

Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, il nostro Governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà – è il commento di Mikhail Maslennikov, nostro Policy advisor su giustizia economicaDa due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela. L’abbandono dell’impostazione universalistica del reddito di cittadinanza ha ridotto il numero dei beneficiari dei trasferimenti pubblici, la cui platea è oggi anche più lontana dall’universo dei nuclei in povertà assoluta. Sul fronte del disagio abitativo l’azione del Governo, nonostante annunci più volte reiterati, si rivela del tutto inadeguata rispetto al bisogno, con risorse di gran lunga inferiori a quelle che sarebbero necessarie per un reale rilancio di politiche organiche sull’abitare.”

MERCATO DEL LAVORO IN CHIAROSCURO

I dati positivi del 2025 su crescita occupazionale e record al ribasso della disoccupazione nascondono ampie zone grigie.
Il contributo prevalente all’incremento dell’occupazione arriva dagli over 50, mentre giovani e donne continuano a registrare una marcata sotto-occupazione e una bassa qualità del lavoro.
Alla disoccupazione ai minimi storici fa da contraltare un tasso di inattività che colloca l’Italia in cima all’UE e una quota consistente di occupati continua ad accedere e rimanere nel mercato del lavoro con contratti intermittenti e precari.
Per i salari il recupero dell’inflazione è ancora lontano: tra il 2019 e il 2024, la perdita cumulata del potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali si è attestata a 7,1 punti percentuali. Per il 2025 è stimato solo un modesto recupero di appena +0,5 punti percentuali.
La stagnazione salariale non allenta la sua presa e si accompagna alla crescita di lungo corso della disuguaglianza retributiva e dell’incidenza del lavoro povero. Tra il 1990 e il 2018, la quota di occupati a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% al 31,1%.

Impegnato nella celebrazione della dinamica positiva dell’occupazione, il Governo fa poco per porre rimedio alle debolezze strutturali del mercato del lavoro italiano. – aggiunge Maslennikov – Piuttosto che rafforzare la contrattazione collettiva e rivedere i sistemi di fissazione dei salari, l’esecutivo assegna impropriamente alla leva fiscale il compito di sostenere i bassi redditi da lavoro. La politica industriale, orientata alla creazione di buoni posti di lavoro, resta un’illustre assente, sostituita dal ricorso a incentivi occupazionali di dubbia efficacia e da una forsennata spinta alla liberalizzazione dei contratti atipici. Non si implementano misure efficaci contro il lavoro nero e grigio – precondizione per la lotta alla precarietà – e si affossa il salario minimo legale, disdegnando una misura in grado di rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori più fragili e meno tutelati”.

LA VIA DELL’EQUITÀ SMARRITA DEL FISCO

Il Governo Meloni non punta a riequilibrare il prelievo spostando la tassazione dal lavoro, nonostante i salari rappresentino il 38% del PIL contro il 50% dei profitti. Dei 100 punti di entrate fiscali e contributive, 49 provengono dai salari e solo 17 dai profitti.
Le misure “Tax the Rich”, come un’imposta sui grandi patrimoni, restano un tabù, mentre i più ricchi pagano, in proporzione al proprio reddito, meno imposte dirette, indirette e contributi di un’infermiera o un’insegnante. Il sistema fiscale diventa sempre più corporativo e frammentato in una miriade di regimi preferenziali iniqui.
Nel 2025, il ritocco all’Irpef ha destinato metà delle risorse all’8% dei contribuenti con redditi oltre 48.000 euro, rendendo – unitamente agli interventi che si sono succeduti dal 2021, l’imposta principale del nostro sistema impositivo meno coerente, trasparente ed equo. Sul fronte evasione, la legge di bilancio 2026 introduce misure utili ma limitate, accompagnate da un nuovo condono che svilisce la fedeltà fiscale e incentiva comportamenti opportunistici.

LE RACCOMANDAZIONI DI POLICY AL GOVERNO ITALIANO

Queste le principali raccomandazioni che rivolgiamo al Governo italiano, coerentemente con i focus tematici del rapporto:

AMBITO NAZIONALE

Misure di contrasto alla povertà a vocazione universale

  • Ripensare profondamente le misure di contrasto a povertà ed esclusione lavorativa garantendo la possibilità di accedere a uno schema di reddito minimo a chiunque si trovi in condizione di bisogno.
  • Definire politiche organiche a sostegno dell’abitare e adeguati investimenti pluriennali

Misure per contrastare il lavoro povero e promuovere un lavoro dignitoso per tutti

  • Promuovere misure dissuasive ex ante per il contrasto al lavoro nero e grigio.
  • Disincentivare l’utilizzo dei contratti non standard.
  • Definire i contratti collettivi principali ed estenderne la validità erga omnes.
  • Introdurre un salario minimo legale.
  • Perseguire politiche industriali che favoriscano la buona occupazione.
  • Introdurre condizionalità alle imprese per l’accesso a incentivi e investimenti pubblici.

Misure in materia fiscale per una maggiore equità del sistema impositivo

  • Favorire una generale ricomposizione del prelievo e rafforzare l’equità orizzontale del sistema impositivo.
  • Introdurre un’imposta progressiva sui grandi patrimoni.
  • Aumentare il prelievo sulle grandi successioni.
  • Promuovere una revisione del prelievo immobiliare.
  • Non perseguire interventi condonistici.
  • Dare impulso a una serrata lotta all’evasione fiscale.

AMBITO INTERNAZIONALE

  • Supportare interventi di riduzione/ristrutturazione e cancellazione del debito dei Paesi a basso e medio reddito.
  • Definire un percorso programmato di progressivo aumento dei fondi per l’aiuto pubblico allo sviluppo.
  • Sostenere l’emissione regolare di Diritti Speciali di Prelievo e favorirne una maggiore allocazione a beneficio dei Paesi del Sud del mondo.
  • Supportare l’istituzione di uno standard globale di tassazione dell’estrema ricchezza che renda più equo (ed effettivo) il prelievo a carico degli ultra ricchi.
  • Supportare l’istituzione di un Panel Internazionale sulla Disuguaglianza, come richiesto dalla taskforce speciale sulle disuguaglianze globali del G20.

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