martedì 29 marzo 2016

GLI EFFETTI DELLA RIFORMA FORNERO DELLE PENSIONI IN ITALIA. BOCCI, CUSTODERO, INTRAVAIA, Questo non è un lavoro per vecchi, LA REPUBBLICA, 28 marzo 2016

Sognano la pensione, ma devono fronteggiare stress e stanchezza. In meno di quindici anni la galassia dei dipendenti pubblici del Belpaese si è letteralmente trasformata. L’età media si è gonfiata a dismisura, i giovani sono quasi spariti e gli anziani rappresentano il grosso di quel corpo che consente a scuole, uffici e ospedali di funzionare. La quota di dipendenti dello Stato schizzati, apatici o demotivati sembra però in crescita. In Italia non esistono dati ufficiali e nessuno sembra preoccuparsi più di tanto della salute mentale e della tenuta fisica dei lavoratori. Eppure è certo che negli ultimi vent’anni il nostro sistema pensionistico si è irrigidito, interessato da una serie di riforme che per limitare la spesa previdenziale hanno allungato l’età in cui è possibile lasciare il lavoro e ridotto gli assegni. Con effetti che cominciano a vedersi.




I lavoratori più stressati sono quelli a contatto con persone "problematiche": ammalati, bambini e adolescenti, fuorilegge. Per questa ragione tra le categorie più esposte e vulnerabili ci sono infermieri, agenti di polizia e insegnanti. La norma per accertare l'esaurimento causato dal lavoro ripetitivo e senza troppe soddisfazioni esiste dal 2008, ma in quasi dieci anni nessuno ha trovato il tempo di metterla in pratica. Intanto, almeno questo riferiscono le cronache, crescono gli episodi che vedono agenti di polizia penitenziaria suicidi, infermieri che si trasformano in carnefici e alunni maltrattati tra le mura scolastiche da insegnanti che hanno perso completamente la bussola. Segno di un malessere che cresce o casistica senza nessuna rilevanza statistica?



Di certo c'è che da vent’anni a questa parte i dipendenti dello Stato si presentano con chiome sempre più canute e per molti la pensione si sta trasformando in un miraggio che, anziché avvicinarsi, si allontana anno dopo anno per via dell’aspettativa di vita che cresce. Allo stesso tempo l’importo dell’assegno, falcidiato dalla riforma Fornero e dei ministri che l’hanno preceduta in via Veneto, si sta pericolosamente riducendo. La soglia per lasciare il lavoro si è maledettamente spostata in avanti: 67 anni e sei mesi che potranno diventare anche 70 con l’adeguamento alla speranza di vita. Una specie di maledizione. E per tutti il burnout – termine inglese che si traduce con "scoppiato" – è dietro l’angolo. Soprattutto per le cosiddette professioni "di aiuto" all’attività sanitaria – infermieri, ostetrici, ed altro – e per maestre e professori, operatori delle forze dell’ordine.

I dati ci possono aiutare a comprenderne il perché. Il popolo dei dipendenti pubblici, secondo i dati del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato aggiornati al 2014, è formato da quasi 3 milioni e 253mila addetti ai lavori. Nel 2001, erano 50mila in più e la quota di under 30 superava il 10 per cento. E oltre un terzo circa – il 35 per cento – non aveva spento ancora 40 candeline. Mentre gli over 60 rappresentavano quella minoranza necessaria – il 4 per cento – che serviva ad instradare i giovani appena assunti. Nei corpi di polizia, gli agenti giovani con meno di 30 anni che difficilmente si facevano scappare un ladro per strada rappresentavano un terzo abbondante – il 34 per cento – del totale e la quasi totalità – il 75 per cento – era nella categoria under 40.

A quell’epoca Giuliano Amato e Lamberto Dini – autori delle riforme pensionistiche del 1992 e 1995 – avevano già messo in guardia gli italiani sul possibile dissesto finanziario degli enti di previdenza se non si fosse corsi ai ripari. Ma saranno, nel 2004 e nel 2012, Roberto Maroni e Elsa Fornero a dare il colpo di grazia alle speranze degli italiani che già pregustavano la pensione, allontanando maledettamente il momento dei saluti ai colleghi più giovani. Dopo appena 13 anni, gli agili agenti di polizia si sono trasformati in appesantiti poliziotti, mentre trovare un operatore sanitario – medico, infermiere, ostetrica – o un insegnante con meno di trent’anni è quasi impossibile.

Nell’intero mondo della Pubblica amministrazione gli under 30 si sono ridotti ad un terzo di quelli del 2001 – il 3 per cento – e gli under 40 si sono di botto dimezzati. In compenso, gli over 50 costituiscono più della metà dell’intera popolazione di riferimento e triplicano gli over 60 che però non hanno più giovani da addestrare perché nel frattempo la pubblica amministrazione ha chiuso i rubinetti delle assunzioni. In poco meno di tre lustri, l’età media dei dipendenti pubblici si è incrementata di quasi sei anni: passando dai 43,5 anni del 2001 ai 49,2 del 2014. Con oltre 9 anni in più è nei corpi di polizia che si registra l’incremento dell’età media più consistente. Mentre gli addetti del Servizio sanitario nazionale hanno mediamente 50 anni di età. Ma è nella scuola che si registra l’età media più alta: quasi 51 anni. Nel frattempo, le uscite dal lavoro per “dimissioni volontarie” si sono quasi dimezzate: meno 42 per cento. E quasi azzerate nella scuola.





Prof bulli nella scuola più anziana d'Europa
di SALVO INTRAVAIA
ROMA - L’ultimo episodio è quello della professoressa di Italiano di una scuola media della provincia di Frosinone che incitava i compagni di classe di un ragazzino con lieve deficit cognitivo a vessare e picchiare a turno il malcapitato. Qualche giorno prima a Pavullo, nel modenese, una maestra di scuola dell’infanzia viene ripresa dalle telecamere dei carabinieri mentre riserva ai propri piccoli alunni botte, spintoni, bestemmie e punizioni. Una educazione un po’ troppo dura per bambini di tre e quattro anni. Qualche mese fa, sono state denunciate due maestre di Buccinasco, in quel di Milano. Ma che succede? "E’ proprio la natura del rapporto con le giovani generazioni e con i più piccoli che porta il docente a stressarsi. E purtroppo – spiega Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi – in alcuni casi si può arrivare a situazioni da codice penale". "Un tempo – aggiunge il dirigente scolastico – il docente stressato trovava una via d’uscita nella pensione anticipata. Oggi, questa scappatoia non c’è più e queste situazioni sono destinate ad incrementarsi".


Il 13% è over 60. Come se non bastasse, in Italia partiamo svantaggiati, perché la scuola italiana ha i docenti più vecchi del mondo. Il record è stato omologato dall’Ocse – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – che in "Education at a glance 2015" ha sverlato che nella scuola primaria italiana il 57 per cento delle maestre ha già spento 50 candeline e 13 su cento ne hanno spente addirittura 60. Oltre confine i dati cambiano, e parecchio. In Francia, le maestre over 50 ammontano al 25 per cento e soltanto una su cento ha già festeggiato 60 compleanni. Mentre in Finlandia, dove c’è la migliore scuola d’Europa, le maestre con 50 o più anni rappresentano il 30 per cento e le più anziane – con oltre 60 anni – il 4 per cento. Un record, quello italiano, che grazie all’aumento dell’età pensionabile – a 67 anni ed oltre – si potrà solo consolidare.

La sindrome burnout. Per la verità, una norma a tutela dei pubbilci dipendenti c’è. I presidi dal 31 agosto 2010 dovrebbero valutare lo stress lavoro-correlato e porre in essere gli adeguati interventi. Ma la norma non è mai stata finanziata e nelle scuole lo stress degli insegnanti è l’ultimo dei pensieri dei dirigenti scolastici. Il primo ad occuparsi del burnout – che alla lettera vuol dire "esaurito" – degli insegnanti fu nel 2004 Vittorio Lodolo D’Oria, medico milanese e membro della commissione che si pronunciava sull’idoneità al lavoro dei dipendenti pubblici. Lodolo D’Oria si accorse che la percentuale di inidoneità al lavoro per causa psichiatrica tra gli insegnanti superava di gran lunga quella di tutti gli altri dipendenti pubblici: dai sanitari agli amministrativi. E gli ultimi dati raccolti in Piemonte e Lombardia nel 2012 parlano di 70 per cento di inidoneità per causa psichiatrica.

Stanchi, stressati e "inadeguati": storie di professori over 60


"Rischio suicidi". "Il fatto che a scuola non ci siano ancora stati episodi tragici, come quelli che accadono in famiglia con madri che uccidono i figli e viceversa – spiega D’Oria – è un miracolo. Negli Usa, il suicidio è la decima causa di morte e dobbiamo riflettere su cosa sta accadendo". Ma in Italia nessuno ha mai voluto imbarcarsi in una indagine su tutto il territorio nazionale. Gli ultimi a scoprire lo stress degli insegnanti sono stati, qualche mese fa, i tedeschi, con una pubblicazione che ha messo a fuoco la vulnerabilità psichiatrica degli 800mila docenti in servizio rispetto a tutti gli altri impiegati pubblici. I primi ad affrontare il fenomeno sono stati i francesi, nel 2006, affiancando ai docenti attraverso la mutua anche uno psichiatra, oltre al medico di base.

L'incubo di arrivare a quota 67. "Lo stress c’è perché è cambiata la stima sociale e questo rende il lavoro più gravoso del passato", ammette Angela Visone, 58 anni, docente in un liceo artistico a Salerno. "I ragazzi non sono più quelli di una volta e per interessarli occorre dare sempre il massimo. E anche se io ho scelto questa professione, purtroppo abbiamo sempre più incombenze burocratiche che ci tolgono una parte delle energie. Tirare avanti fino a 67 anni si può fare facendo semplice atto di presenza, la qualità è altra cosa". "Non è semplice – racconta Tiziana Terziariol, maestra di scuola primaria alla Eugenio Curiel di Milano – distinguere quanto lo stress derivi dalla professione e quanto invece da altro. Certo è che, uscendo dalle scuole nelle quali lavoriamo, ci si sente in parte contenti di quanto abbiamo vissuto e fatto, ma in parte spesso anche stanchi, avviliti o frustrati".

Il ruolo ambiguo dei genitori. Angela Nava, a capo del Coordinamento genitori democratici, ammette che mamme e papà hanno cambiato atteggiamento nei confronti degli insegnanti. "Da tempo – spiega Nava – si percepisce un malessere che porta sempre più spesso i genitori ad incontrare il preside per denunciare comportamenti non consoni”. “Se ci fosse un riconoscimento della malattia professionale – conclude – si creerebbe una opinione pubblica più favorevole”. Ma l’età di maestre e prof avanza inesorabilmente e con essa anche il senso di inadeguatezza e lo stress.



"Un miracolo se non ci scappa il morto"
di SALVO INTRAVAIA
ROMA - "I casi di insegnanti 'scoppiati' aumenteranno sempre di più perché la politica ha messo in atto scelte scellerate sulle pensioni. E non sottovalutate lo stress di guardie carcerarie e infermieri". Vittorio Lodolo D’Oria, massimo esperto italiano di burnout degli insegnanti, non ha dubbi: tenere in cattedra docenti sempre più vecchi farà aumentare il loro stress a scapito della qualità complessiva dell’offerta formativa. E cerca di dare una spiegazione anche del malessere che colpisce guardie carcerarie e infermieri.

Qual è la situazione tra gli insegnanti?
"Io organizzo corsi per illustrare la problematica del 'burnout' e spiegare agli insegnanti come riconoscerlo e fronteggiarlo. Mi arrivano continue richieste da tutte le regioni, chiaro segno che il problema sta crescendo".

Ci può spiegare le dinamiche?
"La grande differenza tra la professione del docente e tutti gli altri lavori è nella tipologia del rapporto con l’utenza: non esiste nessun altro impiego che abbia un rapporto di questo tipo. E’ la natura stessa del rapporto tra adulto e minore che crea conflitti e gestirli in età avanzata diventa sempre più problematico. Basti pensare che l’unico luogo dove si ripete lo stesso rapporto è la famiglia, dove si segnalano continui casi in cui i genitori uccidono i figli e viceversa. A scuola ancora no, ma è un miracolo".

Perché oggi è così difficile lavorare con bambini e giovani?
"Perché si tratta di un rapporto insistito, protratto e asimmetrico: un insegnante e 25 alunni. Inoltre, nella scuola c’è l’effetto Dorian Gray ribaltato: i docenti invecchiano e gli alunni ringiovaniscono".

Cosa è possibile fare per affrontare il problema?
"La normativa che dovrebbe valutare lo stress lavoro-correlato c’è ma nella scuola non è mai stata finanziata. A un docente che invecchia occorre dare la possibilità di andare in pensione o di passare ad altra mansione, non possiamo lasciarlo in cattedra per 40/45 anni".

A 'scoppiare' più degli altri sono anche guardie carcerarie e infermieri.
"Tra gli agenti di polizia penitenziaria c’è un tasso di suicidio doppio rispetto alla media. Qualcosa significherà. Molti lamentano minacce e il suicidio è agevolato dal possesso della pistola d’ordinanza. Lo stress degli infermieri potrebbe invece essere causato dalle turnazioni notturne e dal rapporto col dolore e con la morte. Ma occorrerebbe approfondire e non sottovalutare questi segnali".



Tra gli infermieri è corsa all'inidoneità
di MICHELE BOCCI
ROMA - Spostare i pazienti, aiutarli ad affrontare le cure più pesanti, fronteggiare lo stress provocato dalla gestione dei casi urgenti, magari a notte fonda. Quello dell’infermiere non è un mestiere per vecchi eppure in Italia l’età media di chi lavora in corsia continua a crescere, con buona pace di chi pensa che il lavoro negli ospedali sia molto duro. Anche per la sanità i blocchi del turn over e le assunzioni con il contagocce hanno contingentato il ricambio, costringendo molte persone con acciacchi vari a lavorare fianco a fianco con trentenni assai più in forma dal punto di vista fisico. E il trend è preoccupante: con gli anni aumentano in modo consistente i lavoratori più anziani e di minuiscono i giovani, come attestano i dati di Osservasalute.

Nel 2012 infermieri e operatori sanitari tra i 40 e i 49 anni erano il 43%, il 4% in più del 2009. I "giovani", tra i 30 e i 39 anni erano invece il 20%, contro il 25% di tre anni prima e gli "anziani", oltre i 50, sono passati dal 25 al 29%, quindi erano in salita. E i dati non fanno distinzioni tra zone del Paese. Le tendenze di calo e di crescita a seconda dell’età si registrano al Nord, al Sud e al Centro.


"Bisogna farla finita con questo blocco del turn over – attacca Cecilia Taranto, segretaria nazionale per il settore sanità della Cgil – Ormai la situazione è insostenibile, i servizi si fondano su personale che invecchia e per di più è sempre meno numeroso. Questo significa mettere a rischio gli stessi lavoratori ma peggiora anche i servizi, quindi crea un danno ai pazienti".

Fanno capire quale sia la situazione nei reparti anche le inidoneità, cioè le certificazioni che escludono il singolo lavoratore da una o più mansioni per motivi di salute. Il Cergas della Bocconi (Centro di Ricerche sulla Gestione dell'assistenza Sanitaria e Sociale) ha fatto uno studio su questo fenomeno nel dicembre del 2015. Ebbene, il 12% dei lavoratori in organico di Asl e ospedali ha una inidoneità. I problemi ovviamente aumentano con l’età: riguardano meno del 4% di chi ha tra 25 e 29 anni, e vedono picchi fino al 31% per gli ultra sessantenni. La maggior parte delle inidoneità hanno a che fare proprio con l’impossibilità di muovere dei carichi (quasi 50% dei casi), con posture particolari legate alla professione (12,6%) e con lavoro notturno e reperibilità (12%). Le più colpite, quasi l’80%, sono le donne. Riguardo al personale, quello più a rischio è quello cosiddetto socio-assistenziale, cioè gli ex ausiliari. Si tratta dei cosiddetti Oss o Ota. Seguono infermieri e ostetriche. "Il problema della sanità è il taglio continuo di risorse – dice ancora Taranto – Bisogna smettere di dire che si investe in questo settore".

Gli infermieri più anziani che restano al lavoro, perché non hanno inidoneità formalizzate, ma magari sono comunque un po’ acciaccati, si trovano costretti anche a sobbarcarsi una quantità maggiore di lavoro perché gli organici sono sempre più ridotti. "E invece dovrebbero mettere la loro esperienza e le loro capacità a frutto aiutando i colleghi più giovani – spiega la responsabile della Cgil – Per come la vedo io i lavoratori più anziani non devono essere spostati a ruoli amministrativi ma stare in reparto con mansioni meno pesanti e diventare figure di riferimento per chi è nei primi anni di lavoro. E invece abbiamo anche una pessima legge sulle pensioni che allunga inverosimilmente l’età di uscita dal sistema".



"Pattugliare le strade a 60 anni non è cosa"
di ALBERTO CUSTODERO
ROMA - Agenti coi capelli bianchi. E stressati. L'età media degli ufficiali tra le forze dell’ordine è di 53 anni, quella tra i sottufficiali di 46. "Il ricambio generazionale – dice Giuseppe Tiani, segretario generale del Siap – è stato interrotto da quella oscena norma voluta tra il 2008 e il 2009 dal governo di centrodestra Berlusconi, ministro dell’Interno il leghista Maroni, che aveva bloccato il turnover al 20 per cento: ogni cento che uscivano, solo 20 entravano".

Gli ispettori hanno un’età media tra 56 e 58 anni, 43 mila assistenti capo, la gran parte impegnata in reparti operativi, sono tra i 54 55 anni. Una norma del Contratto nazionale del lavoro prevede che gli ultracinquantenni, nel comparto sicurezza, non siano più adibiti a compiti operativi. "La realtà è drammatica – aggiunge Tiani – personale alle soglie dei 60 anni costretto a stare sulle pattuglie in strada. Colleghi con più di trent’anni di servizio sottoposti al turno conosciuto come ‘h 24’, che è massacrante perché ti sfasa il metabolismo. L’orario ruota così: dalle 19 alle 24 il primo giorno, dalle 13 alle 19 il secondo, dalle 7 alle 13 il terzo. E poi la notte da mezzanotte alle 7. Faticosissimo recuperare, impossibile avere una vita privata. Si regge quando si è giovani. A una certa età è facile crollare".


Il problema dell’invecchiamento è molto sentito anche tra i dirigenti. Lorena La Spina, segretario nazionale dei Funzionari (Anfp), spiega: "Il problema dell'età media molto elevata (circa 47 anni) nella Polizia di Stato è fortemente avvertito anche dalla categoria dei funzionari. A causa di scelte errate del passato, c’è stata una forte limitazione delle possibilità di progressione interna. E ora l'età media di accesso alla dirigenza è di circa 49 anni, con oltre vent’anni di servizio”. Ma, osserva la segretaria Anfp, “il 55% circa dei funzionari non ci arriverà mai, a causa dell'esiguo numero di posti disponibili". L’età media cresce, e crescono i carichi di lavoro. “Anche ad oltre cinquant'anni di età – continua La Spina - siamo chiamati a gestire i più delicati e complessi servizi di controllo del territorio e di ordine pubblico, garantendo una costante reperibilità ed assumendo decisioni essenziali per la sicurezza personale e collettiva, spesso in pochi minuti”.

Eccesso di stress e sindrome di burnout, nel mondo delle divise, vanno di pari passo. "È un fenomeno - sottolinea ancora Tiani - che non riguarda certo tutti i centomila poliziotti, però esiste. Ci sono mansioni che creano forti impatti emotivi sugli operatori. Gli agenti della stradale si trovano di continuo a vedere corpi straziati degli incidenti. I colleghi della polizia ferroviaria vivono un incubo analogo durante il rilevamento dei suicidi sotto i treni. Gli uomini delle Volanti e delle Squadre Mobili sono sempre in contatto con morti ammazzati. Particolarmente esposti quelli che lavorano nelle zone di mafia dove periodicamente ci sono stragi di camorra, di mafia e di ‘ndrangheta con centinaia di morti all’anno".

Tra chi soffre perché somatizza le sofferenze cui si viene a contatto durante il lavoro ci sono gli agenti che lavorano nelle cosiddette "fasce deboli", ruoli di grande responsabilità spesso sottovalutati. "Sono donne e uomini – ricorda Tiani – che lavorano per anni e anni a negli uffici dei Tribunali dei Minori, accanto a drammi familiari, a minori e donne vittime di violenze. Impossibile operare con un pieno distacco, e quelle indagini finiscono per lasciare un segno indelebile negli animi di chi indaga".

C’è, poi, da alcuni anni, una nuova realtà a creare stress emotivi non indifferenti. “Pensate – osserva il segretario del Siap - a quegli agenti che per tutto l’anno sono addetti sulle coste al primo intervento durante gli sbarchi. Si trovano a raccogliere immigrati morti o semimorti sulla battigia delle nostre spiagge, assisterli nei Centri di identificazione ed espulsione, che non sono certo degli alberghi, ascoltare le loro drammatiche storie: per quanto puoi esser duro di cuore, alla fine ti stringe il cuore. E ti logora".

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