mercoledì 11 maggio 2016

FILOSOFIA POLITICA. S. ZIZEK E LA LOTTA DI CLASSE. B. VECCHI, Slavoj Zizek e i cugini di sangue del populismo europeo, IL MANIFESTO, 10 maggio 2016

Il nuovo volume di Slavoj Zizek La nuova lotte di classe (Ponte alla Grazie, pp. 141, euro 13) raccoglie testi che il filosofo di origine slovena ha scritto da quando l’«emergenza migranti» ha scosso le già fragili fondamenta dell’Unione europea. Nel comporre questo libro, Zizek ha rielaborato testi già noti, aggiornandoli per precisare il suo punto di vista. Due saggi, in particolare modo il primo e il penultimo, hanno avuto infatti una accoglienza polemica in Rete, perché esprimono uno scetticismo radicale verso la parola d’ordine dell’apertura delle frontiere, invitando nel contempo a dialogare con chi, nel vecchio continente, propone una regolamentazione dei flussi migratori perché chi arriva in Europa esprime modi d’essere incompatibile con lo stile di vita europeo. L’accusa più dura contro di Zizek non lasciava spazio a dubbi: le sue posizione erano niente altro che un mimetico appoggio alle tossiche parole d’ordine xenofobe in forte diffusione in Austria, Germania, Svezia, Inghilterra e Ungheria.



I letali diritti umani

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Eppure questo libro concede ben poco al populismo e al razzismo. Semmai la tesi che esprime – i migranti sono il case study dove la tematica delle guerre culturali serve a occultare il conflitto di classe presente in Europa – ha il tono e lo stile apodittico dell’invettiva, che più che rafforzare, depotenzia la critica del filosofo sloveno allo stile «politicamente corretto» della sinistra continentale, il vero bersaglio polemico del libro.
Non è certo la prima volta che Slavoj Zizek punta l’indice contro la deriva «culturalista» della sinistra europea, che ha nell’ideologia dei diritti umani, nell’emancipazionismo femminile e nel solidarismo i piloni portanti. A questi ne aggiunge un altro, il relativismo culturale che porta a chiudere gli occhi sul fatto che spesso i migranti che arrivano in Europa non sono proprio campioni di tolleranza, visto che considerano la libertà politica, d’espressione e delle donne una sorta di aberrazione del pensiero, nonché segno di decadenza dei costumi e di un rifiuto pericoloso del principio di autorità. L’islam politico radicale è, conservatore, intollerante, xenofobo e sessista al pari dei populisti continentali. I due fenomeni politici ha un rapporto familiare: sono cioè cugini di sangue.
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Il buonismo della sinistra moderata, ma anche di alcune componenti radicali, occulterebbe quindi questo elemento per mettere al centro della scena una sorta di razzismo istituzionale, dove la convivenza di culture diverse è incardinata su una gerarchie soft nelle sua rappresentazione pubblica, ma feroce per quanto riguarda il governo delle vite migranti. Significativa è a questo proposito l’analisi dei furti, le molestie e gli stupri compiuti da bande di maschi classificati come migranti durante la notte di Capodanno nella città di Colonia.
In una notte centinaia, se non migliaia di donne sono state derubate, molestate, alcune di loro stuprate. La reazione delle formazioni politiche populiste e di alcuni esponenti della Cdu è stata quella di chiedere la chiusura delle frontiere e l’espulsione dei migranti; la sinistra, meglio i movimenti sociali hanno svolto un condivisibile discorso sull’accoglienza e, c’è da aggiungere, una condivisibile pratica dell’accoglienza: per Zizek tutto ciò è segno di un pericoloso relativismo culturale. Infine, per il filosofo sloveno ignorare il fatto che spesso chi arriva in Europa è maschilista e intollerante ha rafforzato le posizioni xenofobe.
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Zikek attinge a un repertorio analitico molto consolidato della sua riflessione. Le donne sono state viste dai loro molestatori e stupratori come gli oggetti contro cui scagliarsi per manifestare l’invidia dell’Occidente da parte dei migranti che ambiscono allo stesso benessere dello società affluenti del nord Europa. E inoltre: come i redneck statunitensi – i contadini poveri – sono diventati la base di massa del fondamentalismo cristiano e del partito repubblicano, chi arriva in Europa porta con sé il fardello di uno stile di vita incompatibile con quello dominante nel vecchio continente. E se i poveri americani guardano con furore alla cultura liberal perché è la cultura dellecorporation che li opprimono, i migranti vedono nella virtù della tolleranza propagandata dagli europei il velo ipocrita che copre le politiche neocoloniali dell’Unione Europea attuate nel Medio oriente (l’Iraq, la Siria) e nel Maghreb (la Libia, in primis). Inoltre, la sinistra europea compie una vera e propria rimozione delle differenze di classe – e dunque dell’oppressione – esistenti nel vecchio continente e nel paesi «altri». E con sferzante nonchalance Zizek invita a guardare alla diffusione politica dell’Isis come una forma specifica di fascismo.

Inviti fuorvianti

Non sono però questi i giudizi che fanno problema nel ragionamento di Zizek, bensì la sua convinzione che il rapporto con l’altro da sé oscilli tra due poli: l’invidia dei migranti per l’Occidente e un Occidente assunto come un insieme organico, «liscio». Il titolo del volume è da questo punto fuorviante. Certo la lotta di classe è citata, invocata come elemento che potrebbe diradare la foschia delle ideologie in campo – il fondamentalismo islamico politico e il politicamente corretto – e rivelare la realtà, ma da qui a pensare che la questione dei migranti alluda a degli antagonismi tra gli interessi che vanno solo nominati non chiarisce granché della posta in gioco. Allo stesso tempo, Zizek fornisce del mondo arabo una vision lineare, rimuovendo i processi di modernizzazione dei decenni passati che hanno mutato il panorama sociale e le «soggettività» di quei paesi. In altri termini, così come non esiste «un» occidente, non esiste neppure «un» solo islam.
Il sentiero da prendere è quello citato proprio in un saggio delle stesso Zizek: la globalizzazione ha cambiato tutti gli scenari e immaginare il rapporto tra Europa e mondo islamico come se la globalizzazione non esistesse conduce in vicoli ciechi.
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Come ignorare che parte del capitale finanziario è «cosmopolita», cioè alimentato sia da europei che da arabi. E come il mondo arabo, tutto, sia pienamente inserito nei processi globali di interdipendenza. E ancora, non si mette al centro della riflessione il fatto che il nuovo ordine mondiale sia fondato sulla destabilizzazione di paesi arabi, operata da indicibili alleanza tra paesi occidentali e paesi musulmani. E di come i migranti mettano in campo un diritto alla fuga che nasce da identità in movimento e non ossificate. Da qui la ragionevolezza della necessità di aprire e abbattere la frontiere. Non per un «buonismo» politicamente corretto, ma per entrare in relazione proprio con quelle soggettività in movimento, senza negare differenze e punti di attrito. Ma per spezzare le catene di un governo delle vite che non ammette esercizio pieno della coppia eguaglianza e libertà.

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