sabato 31 marzo 2018

POLITICI SCOMPARSI. OLIVIERO DILIBERTO. S. LORENZETTO, Oliviero Diliberto: «Salvai la scrivania di Togliatti, da comunista viaggio sempre in seconda classe», CORRIERE.IT, 30 marzo 2018

Oliviero Diliberto non dà interviste dal 2013, «da quando la mia parte politica fu sconfitta disastrosamente», specifica. A maggior ragione non vorrebbe darne oggi, «visto che alle elezioni del 4 marzo è stata annientata». L’ex guardasigilli comunista è impietoso con sé stesso: «La mia generazione ha fallito. Il suo unico dovere morale è scomparire». 

Giusto 20 anni orsono, fu ministro della Giustizia per 18 mesi nei due governi D’Alema. «L’avvocato Niccolò Ghedini, non certo un bolscevico, riconobbe che ero stato il migliore». Dicono che Diliberto sia presuntuoso. «È possibile», ammette. Ma qualche motivo di legittimo orgoglio ce l’ha. Sta insegnando il diritto romano alla Cina. Di più: sta aiutando il governo di Xi Jinping ad adottarlo nel proprio codice civile. Mi mostra un libro con testo in cinese e traduzione a fronte in latino. In copertina c’è l’immagine dell’imperatore bizantino Giustiniano nel mosaico della basilica di San Vitale a Ravenna. Decritta ad alta voce gli ideogrammi: «Corpus iuris civilis di Giustiniano. Digesto. LibroDelle cose nuziali. Traduzione in cinese di Huang Meiling». È stata sua allieva a Roma, oggi è docente associata alla Zuel. L’acronimo significa Zhongnan university of economics and law. L’ateneo ha sede a Wuhan, 1.200 chilometri a sud di Pechino, 10 milioni di abitanti. È la città delle università: ne conta ben 200. Diliberto, ordinario di diritto romano alla Sapienza, ci va due volte l’anno. Insegna in italiano e in latino. «Tutti gli studenti mi capiscono», e un altro guizzo di fierezza gli illumina lo sguardo.
Bernardo Bertolucci dovrà aggiornare il suo film: l’Assemblea del Popolo ha incoronato Xi Jinping ultimo imperatore con due soli voti contrari.
«Il leader cinese ha avviato una campagna di riforme mai vista prima. Le ricordo che Franklin Delano Roosevelt fu presidente degli Stati Uniti per quattro mandati e ne avrebbe fatto un quinto se non fosse morto».
Che genere di riforme?
«Lotta alla povertà, Stato fondato sul diritto, contrasto alla corruzione. Che significa anche morigeratezza: il rettore e il preside della Zuel sono obbligati a viaggiare in seconda classe nonostante paghino il biglietto aereo di tasca loro».
La Cina usa come schiavi i reclusi dei laogai e detiene il record mondiale di esecuzioni capitali. E lei mi parla di riforme?
«La pena di morte c’è anche negli Stati Uniti e nessuno s’indigna. Con la differenza che gli americani avrebbero dovuto abolirla, perché in fatto di diritti umani hanno una tradizione che in Asia non esiste. Invece non riconoscono neppure la Corte penale internazionale dell’Aia».
L’Italia è il Paese europeo in cui vivono più poveri: sono 10,5 milioni. Non dovrebbero essere tutti comunisti?
(Ride). «Bella domanda. Il proletariato è più numeroso dei ceti abbienti, ma nelle elezioni, ahimè, entrano in gioco fattori ideologici, propagandistici, religiosi, antropologici. Pensi ai consensi raccolti dalla Dc. Un partito interclassista che, a questo punto, tutti rimpiangiamo».
Com’è che i poveri non votano per il Pd?
«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere».
La incrimino per reticenza.
«Non si possono tenere insieme Gramsci, Kennedy, Luther King e don Milani».
Che fine farà il Partito democratico?
«Sono riusciti a perdere anche le regioni rosse. Non c’è più niente».
E Matteo Renzi?
«Dovrebbe scomparire. Non lo farà».
La disgusta che Movimento 5 Stelle e Lega arrivino al governo?
«Il peggio che ci possa capitare. Ma gli elettori hanno deciso così».
Perché il peggio?
«Perché nel 2007 assistetti per caso dalla finestra di un hotel di Bologna al primo V-Day con Beppe Grillo. Un fanatismo e uno schiumare di rabbia terribili. L’idea che chiunque ha fatto politica sia un delinquente, a prescindere, contraddice tutti i valori della democrazia rappresentativa dai tempi di Pericle a oggi».
Quale esecutivo pronostica?
«Le mie categorie della politica non esistono più. Sarebbe come chiedere a Romolo Augustolo che tipo di governo formeranno i barbari».
Fu scritto: «Diliberto si fida solo di Massimo D’Alema». Sua obiezione: «Non mi fido di nessuno». Dev’essere un brutto vivere.
«Basta sapere che la parola data viene a volte tolta. Da segretario del Partito dei comunisti italiani nel 2013 strinsi un accordo con Pier Luigi Bersani, che in extremis si dileguò. Feci male a fidarmi».
Odia ancora Silvio Berlusconi?
«No. Ho recuperato la giusta distanza. Però mi fa sempre incazzare. In campagna elettorale s’è vantato d’essere stato assistente universitario di diritto romano. Una balla. E per fortuna, dato che ha attribuito il Digesto a Ulpiano».
Vittorio Feltri sostiene che Berlusconi è sincero solo quando mente.
«Fantastica definizione».
Come divenne comunista?
«Era il 1969. Entravo in quarta ginnasio a Cagliari. C’era l’autunno caldo. Alcuni militanti distribuivano volantini per strada. Non li avevo mai visti. I volantini, dico. Rimasi folgorato dall’idea che si potesse cambiare il mondo».
È ancora della stessa idea?
«Come spiegò Enrico Berlinguer a Enrico Mentana, sono felice d’essere rimasto fedele agli ideali della mia gioventù. Non so quanti possano dire lo stesso».
Che cosa c’è di giusto nel comunismo?
«In astratto, l’uguaglianza. Che figura anche nell’articolo 3 della Costituzione».
E di sbagliato?
«Tante cose. In primis il presupposto che tutto debba essere di proprietà dello Stato».
Perché lasciò Rifondazione comunista?
«Perché togliere la fiducia al governo Prodi, come fece Bertinotti, a me pareva, e pare tuttora, un tragico errore».
Ha più visto il subcomandante Fausto?
«Ci siamo riabbracciati sei mesi fa, ospiti per cena a casa di Maretta Scoca, la cui morte, avvenuta nei giorni scorsi, mi ha immensamente rattristato».
Non capisco come una ex sottosegretaria alla Giustizia fosse finita in tv a emettere sentenze a «Forum».
«Io non ci sarei andato, però a Maretta perdono tutto».
Da guardasigilli lei liberò il guerrigliero curdo Abdullah Öcalan. Lo rifarebbe?
«È tempo di raccontare la verità. L’avevamo arrestato per omicidio su mandato di cattura emesso dai tedeschi. Poi mi telefonò il vicecancelliere Joschka Fischer dicendo che l’ordine era stato revocato in quanto non volevano che l’Italia lo estradasse in Germania. E sa perché? Per non avere rogne con la Turchia».
È vero che al momento di lasciare il dicastero della Giustizia fece sparire la scrivania che fu di Palmiro Togliatti, affinché non la ereditasse il leghista Roberto Castelli?
«In parte. L’avevo tirata fuori dagli scantinati. Marcello Pera, ministro in pectore, dichiarò che al suo arrivo l’avrebbe fatta bruciare. Allora chiesi a un funzionario di assegnarla a un ignaro magistrato britannico di collegamento che lavorava in via Arenula. Quando fu nominata ministro, Paola Severino mi telefonò per sapere dove fosse finita e io fui ben lieto di fargliela ritrovare».
Come vive un comunista?
«Con sobrietà. Da non confondere con il pauperismo: per anni ho avuto un pusher che mi forniva il pregiato caffè di Sant’Elena, l’isola dove morì Napoleone. Sul Frecciarossa viaggio in seconda classe. Ho insegnato gratis all’università anche mentre ero in aspettativa parlamentare. Ci sono andato con le stampelle, dopo che mi era scoppiata la rotula in un brutto incidente domestico. Ho fatto persino gli esami in carcere a Totò Cuffaro».
Giampaolo Pansa la accusò di essersi recato in vacanza alle Seychelles con la scorta pagata dallo Stato. 
«Le nuove Br avevano appena ucciso Massimo D’Antona. Con me c’erano due agenti assegnati d’ufficio dal Viminale, non potevo rifiutarli. Comunque volai laggiù con i punti Mille miglia dell’Alitalia. Fossi stato in ferie a Sabaudia, lo Stato avrebbe speso di più: di uomini della scorta in hotel me ne toccavano sei».
Però mangia spesso al Ragno d’oro, nel quartiere Prati di Roma, ristorante famoso per il pesce fresco.
«Cattiverie giornalistiche. È una trattoria per famiglie, sotto casa mia. Spendo 25 euro. Piaceva al regista Carlo Lizzani».
Lei è un bibliofilo, come Marcello Dell’Utri. Fosse ancora ministro, lo farebbe scarcerare?
«La dignità non dipende dal nome del detenuto. Se è vecchio e malato, ha il diritto di curarsi fuori dal carcere».
Vedendo la biblioteca di Dell’Utri, confessò d’aver provato «odio sociale».
«No, invidia di classe. Possedeva volumi antichi che io mai mi sarei potuto permettere. Però sono felice di aver aperto due locali a pianterreno in via degli Scipioni per ospitarvi chiunque voglia consultare i miei 25 mila libri. Un’idea vagamente comunista».
Lei è ateo?
«Sì».
E si trova bene?
(Esita). «Diciamo che sono in pace con la mia coscienza. Credo di attenermi ai valori morali più di tanti credenti».
Ma papa Francesco sarà comunista?
«È cristiano».

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