domenica 2 dicembre 2012

PRIMARIE PD. UN REFERENDUM SULLA SINISTRA? ANGELO PANEBIANCO,Un referendum sulla sinistra, IL CORRIERE DELLA SERA, 2 dicembre 2012


È stato detto, ed è vero, che, chiunque vinca le primarie, il Partito democratico sarà in futuro diverso da ciò che è stato. La sfida di Renzi lo ha già cambiato.



Queste primarie non sono state solo uno strumento per la scelta del candidato premier. Sono state anche un referendum sul significato da dare alla parola «sinistra». Hanno assunto, grazie a Renzi, una forte valenza culturale, hanno investito i temi della tradizione e della identità.
Sinistra, in Italia, è un termine che ha sempre avuto un significato diverso da quello che ha nei Paesi che non hanno conosciuto la presenza - per quasi mezzo secolo di vita democratica - di un grande partito comunista, radicato in tanti gangli vitali della società: un partito che, grazie anche al suo rapporto quasi monopolistico con i ceti intellettuali, era il solo legittimo giudice di cosa fosse o non fosse «sinistra». Al punto che persino Bettino Craxi, uomo del socialismo autonomista, privo di complessi di inferiorità nei confronti dei comunisti, poteva essere tranquillamente dipinto come uomo di destra. «Sinistra» erano il Pci e ciò che si muoveva nella sua orbita, ivi comprese quelle forze (una parte del Psi pre Craxi, la sinistra democristiana) sue sodali o che mostravano sudditanza, culturale e psicologica, nei suoi confronti. «Sinistra» erano le interpretazioni del mondo, del passato e del presente, e di ciò che era giusto o sbagliato, che si producevano entro quei confini politici.
Crollato il Muro di Berlino, il Pci, ufficialmente, morì. Iniziò la fase post comunista. Ma la storia non fa salti. Dentro il «post» c'era tanta continuità. Sotto le nuove spoglie sopravviveva molto della vecchia organizzazione - con le sue regole, i suoi riti, le sue gerarchie, e le sue tesorerie - e anche del vecchio universo simbolico (come mostra il mantenimento delle antiche denominazioni: Unità , Festival dell'Unità, Istituti Gramsci, eccetera). E, naturalmente, venne preservato, sotto quell'ombrello, il grosso dei corposi interessi (sindacali e non solo) che facevano capo al vecchio Pci. Era inevitabile, dato che il cerchio dirigente e i quadri venivano da quella esperienza. Chi non era di quelle parti poteva facilmente accorgersi di queste continuità andando in giro, e annusando l'aria, nelle regioni rosse.
Il Partito democratico nacque mettendo insieme vecchi amici: ciò che restava del post comunismo e dell'antica sinistra democristiana. Bisogna riconoscere a Walter Veltroni, il primo segretario del Pd, il merito di avere tentato di creare, almeno entro certi limiti, qualcosa di nuovo (del resto, era il solo che potesse permetterselo proprio perché veniva dalla tradizione comunista) ma l'operazione, difficile e forse impossibile, fallì.
Data la storia pregressa, sono in buona fede quei sostenitori di Bersani che avversano Renzi perché lo giudicano «di destra». È effettivamente la prima volta che, all'interno di quel mondo, la tradizione post comunista subisce una sfida così dura da parte del rappresentante di una sinistra che non fa riverenze a quella tradizione e intende sbarazzarsene.
Come mostra il fatto (lo ha osservato Pierluigi Battista sul Corriere del 29 novembre), che non c'è alcun tema programmatico - si tratti di welfare, scuola, lavoro, politica estera o altro - su cui Renzi non si sia contrapposto alla linea della continuità incarnata da Bersani.
La vera sorpresa, ciò che nessuno si aspettava, è che proprio all'interno del popolo della sinistra (e nelle regioni rosse), fossero ormai così tanti quelli disposti a votare «sì» al referendum indetto da Renzi: «Vuoi tu abbandonare la tradizione e ridefinire l'identità della sinistra?». Che si tratti di una sfida, nonostante i bisbigli contrari, tutta giocata a sinistra è certo. Le rilevazioni fatte all'uscita dai seggi del primo turno hanno confermato ciò che si intuiva, ossia che, tra i votanti, la percentuale di ex elettori del centrodestra è stata bassa. Come era logico che fosse. Un ex elettore della destra potrebbe anche votare Renzi alle elezioni politiche (dato il marasma in cui versa il centrodestra) ma difficilmente potrebbe iscriversi alle primarie del, da lui detestato, centrosinistra. Senza contare che gli elettori di destra hanno scarsa propensione per forme di partecipazione diverse dal voto in regolari elezioni.
Se, come appare probabile, vincerà Bersani, la tradizione verrà conservata. Ma con qualche rilevante novità. Bersani, premiato per il coraggio che ha avuto mettendosi in gioco (anche se non ne ha avuto abbastanza da varare regole per le primarie un po' più liberali), regolerà molti conti con la vecchia oligarchia e promuoverà uomini e donne giovani che, tuttavia, saranno figli e figlie della tradizione di cui egli è il garante. Però, il consenso che Renzi ha saputo raccogliere a sinistra non potrà restare senza effetti. Bersani, che è un abile politico, si troverà di fronte al difficile compito di dare qualche risposta anche alle domande di chi non si riconosce più in una tradizione che giudica ammuffita.
L'errore che Bersani potrebbe commettere sarebbe quello di credere che basti vincere le prossime elezioni perché tutto, in qualche modo, si aggiusti. A leggere i segnali di queste primarie si arriva alla conclusione che non sarà così.

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