domenica 6 maggio 2018

IDEE PER LA SINISTRA. E. FARRAGINA, Se la sinistra vuole risorgere deve spezzare il legame tra reddito e impiego, L'ESPRESSO, 4 maggio 2018

La discussione sui destini della sinistra aperta dall’articolo 
di Paola Natalicchio prosegue con l’intervento di Emanuele Farragina, docente di sociologia politica a Sciences Po Parigi e a Oxford autore, tra l’altro, di “La Maggioranza Invisibile” (2014) Bur-Rizzoli


Siamo di fronte alla cronaca di una morte lungamente annunciata. In molti hanno descritto i cambiamenti che hanno sconvolto il blocco sociale e politico della vecchia sinistra e questo sconvolgimento può essere tratteggiato con poche istantanee.

Sono spariti gli operai - o perlomeno è sparita quell’aura mitologica che li circondava quali demiurghi dei processi produttivi. L’economia si è terziarizzata, con la finanza e i servizi che hanno sostituito l’industria come motore. I sistemi di protezione sociale sono stati scardinati, con riforme che hanno precarizzato il lavoro e intaccato il modello sociale europeo. La ricchezza e i redditi si polarizzano in sempre meno mani. A corollario di queste trasformazioni, il popolo della sinistra è stato progressivamente rimpiazzato da una maggioranza invisibile di precari, disoccupati, poveri e migranti. Una maggioranza invisibile che non ha ragione di riconoscersi in quel che resta dei partiti di sinistra, una maggioranza invisibile che le élite politiche “progressiste” hanno ignorato. Il trionfo dei Cinque Stelle (e della Lega) e il tracollo del Pd e della galassia sinistra ne sono logica conseguenza.




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La sinistra ora è in prestito ai Cinque Stelle

Dalle battaglie sociali alla partecipazione. Il Movimento Cinque Stelle, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni interne, si è impadronito di un'eredità. Per adesso o per sempre?

Siamo in una fase schumpeteriana: “distruzione creativa”. Anche solo per immaginare un futuro a tinte progressiste occorre lasciare da parte tutto un arsenale di concetti, parole d’ordine e personaggi politici, che non trovano posto nella modernità. Serve ripartire dalla rappresentazione sociale della maggioranza invisibile, incarnare il suo disagio, comprendere perché i cambiamenti sociali, economici e politici l’hanno spinta su posizioni di contestazione estrema del sistema. Una contestazione che non si presenta con richieste di redistribuzione e giustizia sociale, ma piuttosto con un afflato culturale.

Considerate la Brexit, la vittoria di Trump o l’exploit della Lega. Questi successi elettorali non sono eccezioni o sussulti contro un processo di globalizzazione ormai ineluttabile, essi riflettono invece il risveglio della logica comunitarista contro quella predatoria del capitalismo neoliberista. Non trovando risposta e protezione in un progetto collettivo progressista molte persone appartenenti alle classi più deboli hanno abbracciato quello nativista. Invece di considerare i migranti come alleati nella lotta per la redistribuzione, molti cittadini fiaccati dalla crisi economica si affidano a idee retrive ma che sembrano dare sicurezza.

Tuttavia, non basta liquidare questi elettori come ignoranti, occorre ragionare in termini sistemici. La società è cambiata fino a mettere l’individuo al centro di ogni discorso e rendere obsoleti i ragionamenti collettivi? Davvero chi parla di principi progressisti e visioni collettive di cambiamento vive fuori dalla storia? Uno vale davvero uno? O piuttosto le forze politiche tradizionalmente di sinistra, allineatesi al neoliberismo e vittime dei loro stessi successi nel proteggere alcune fette della popolazione, hanno dimenticato che l’arma rivoluzionaria del cambiamento è lo studio delle trasformazioni sociali al fine di rendere i più deboli capaci di agire in gruppo contro un sistema ingiusto?

Dobbiamo abbracciare nuovi ragionamenti e trovare nuove motivazioni. Motivazioni necessarie per intraprendere una lunga traversata nel deserto. Per questa ragione mi voglio concentrare su una questione che è passata di moda all’interno della sinistra italiana, ma che è, di capitale importanza per dirimere alcuni nodi legati alle questioni che ho esposto. Si tratta della questione del valore.



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Fino agli anni Settanta l’organizzazione sociale era lineare: l’uomo lavorava in fabbrica o nel pubblico impiego, la donna assolveva le funzioni domestiche e di cura, e quasi tutti gioivano dei frutti della crescita economica attraverso aumenti salariali negoziati dalle forze sindacali. Certo sotto il mantra del compromesso fordista, si nascondeva la questione dell’uguaglianza di genere e del ruolo della donna; ma ogni famiglia poteva risparmiare e investire nella casa e nell’acquisto di una Fiat nuova fiammante. E questo consumo sosteneva a sua volta la crescita.

Con la crisi del fordismo, la stagnazione della crescita e la fine di un mondo basato sulla produzione in fabbrica sono simultaneamente crollati il potere d’acquisto degli operai e quello di contrattazione di sindacati e partiti socialdemocratici. In un’economia dominata dai servizi si è ridotto lo spazio per la contrattazione collettiva perché il lavoratore non garantiva più incrementi costanti di produttività. E così anche a seguito del cambiamento tecnologico e della delocalizzazione, i lavori in fabbrica si sono progressivamente trasformati in impiego nel settore dei servizi. Servizi di alto livello e ben remunerati per alcuni, servizi di basso livello per la maggioranza. Prendete come esempio gli impiegati di un fast-food o quelli di un call center. Certo si potranno rendere efficienti le tecniche di suddivisione del lavoro, ma c’è un numero massimo di hamburger da servire o di telefonate cui rispondere in un’ora. Il neoliberismo si adatta a questo schema, rimpiazza il keynesianismo, il consumo continua, ma non più sulla base della crescita economica, ma su quella del debito. I redditi stagnanti guadagnati nei servizi sono sussidiati dal debito per continuare a consumare e tenere in piedi la baracca.

Nel passaggio dal fordismo all’economia dei servizi, la sinistra italiana ed europea ha perso di vista uno dei più grandi insegnamenti di Marx: non si può comprendere un sistema economico e mettere in azione una forza sociale contrapposta a quella dominante se non si definisce che cosa ha valore. Se non si definiscono le ragioni per le quali individui con storie di vita diverse dovrebbero farsi racconto collettivo. Invece di seguire questo processo classico e iscritto nella sua storia ottocentesca e novecentesca, la vecchia sinistra è passata dall’altra parte della barricata diventando forza di sistema. E così le élite dominanti hanno proposto politiche di austerità competitiva che non hanno alcun senso in un quadro economico di crollo della domanda interna e i sindacati si sono arroccati a difesa dei contratti e dei diritti dell’era industriale. Nel contempo il paese sbuffa e soffre, con precari senza protezione dal rischio di disoccupazione, pensionati poveri che stentano ad arrivare a fine mese, migranti che sostengono settori economici al collasso e disoccupati sempre più coscienti del fatto che non troveranno mai un lavoro.

Questi soggetti sociali avrebbero tutto l’interesse a lottare collettivamente per misure redistributive e universalistiche invece che allinearsi su posizioni reazionarie. Per spingerli a farlo tuttavia dobbiamo superare l’idea che i diritti siano un bene solo per chi è impiegato nell’economia formale. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il genitore che si prende cura di suo figlio, l’anziano che racconta al nipote una storia, il migrante che lavora in nero hanno pari dignità del lavoratore con contratto a tempo indeterminato (ove questo ancora esista…). È solo ripartendo dall’universalismo, dalla garanzia di un reddito svincolato dal lavoro nell’economia formale e dalla questione del valore a lungo ignorata che si può ridare forma all’idea progressista e collettiva, dando così rappresentazione sociale e politica alla maggioranza invisibile. È solo mettendo nel cassetto il keynesianismo, parentesi storica irripetibile in una società post-industriale, che potremmo opporci al mantra neoliberista e andare oltre la società lavorista. È un passaggio complesso, molti “vecchi compagni” non lo capiranno, ma la maggioranza invisibile non ha altre strade da percorrere.

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