mercoledì 19 giugno 2013

MASSIMO CACCIARI CONTRO RENZI E GRILLO. Renzi e Grillo hanno rotto, L'ESPRESSO, 12 giugno 2013

Esistono comportamenti nella politica nazionale che sembrano spiegabili solo ricorrendo alle più pessimistiche delle antropologie. L'incapacità di avviare qualsiasi seria riforma, la nauseante ripetitività, che perfino il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ha dovuto avvertire, del discorso sui trent'anni buttati, sono forse la spia di un nostro "male radicale". L'"asse che non vacilla" della nostra cultura politica, nei rapporti tra partiti così come all'interno di ognuno di essi, consiste nell'impedire che la competizione giunga a vere conclusioni e chi vince vinca davvero.



Democrazia, invece, piaccia o no, significa competizione tra élite per governare con efficacia e efficienza. Se il sistema funziona al contrario, la dialettica democratica si trasforma in assemblea "discutidora" e la sovranità popolare in ideologia buona a nascondere l'impotenza degli esecutivi. Preoccupazione essenziale di chi non ne fa parte è costringerli a un defatigante lavorio di opportunistici accomodamenti, che è l'opposto di ogni coerente compromesso, lavorio dal quale ogni provvedimento esce stravolto o indebolito, così che, alla fine, risulta impossibile imputarlo con chiarezza a qualcuno. Il sistema genera perciò deresponsabilizzazione e forma l'humus ideale per ogni pratica trasformistica (altro atavico peccato nazionale).

Da questo antichissimo vizio sembrano non essere immuni l'"uomo nuovo" Renzi e neppure il "nuovissimo" Grillo. Quest'ultimo, anzi, appare anche culturalmente l'alfiere della "consuetudo patria" consistente nella legge non scritta per cui conta, anzitutto, che un governo non sia più forte del minimo indispensabile per sopravvivere. La maniacale esaltazione del grillismo sul "controllo" (quel refrain: noi siamo i "giusti" chiamati nelle istituzioni per verificare, certificare, sorvegliare e punire), l'ossessione della trasparenza (tutti ottimi valori ma che valgono, ovviamente, solo se possono applicarsi all'azione di effettivi governi e ne presuppongono perciò la formazione), tutto questo armamentario retorico è quanto di meno "rivoluzionario" si possa immaginare rispetto alle tradizioni del Paese.

Analogo ragionamento si potrebbe tentare a proposito del discorso sul partito politico. Tutto il "nuovismo" sembra tenerlo in gran dispitto. Le sue mode lo considerano obsoleto. Ed è posizione quanto mai trasversale: partito non è certo, infatti, quello di Berlusconi, né quello di Grillo, né la sua idea parrebbe coerente con comportamenti e strategia del giovane Renzi. Grillo teorizza esplicitamente una democrazia diretta di movimenti e sondaggi Web, senza partiti. Cosa che in natura non si è mai data, né mai si darà, ma è tenace componente di certa cultura di sinistra, come di destra: il partito deve "sciogliersi" nel movimento e il movimento nel popolo. Renzi non lo teorizza, ma opera spesso in senso analogo. Che altro significato può avere la sua ambizione al premierato senza puntare, allo stesso tempo, alla guida del partito che a quel ruolo dovrebbe candidarlo? Su quale pianeta il premier non è anche il capo riconosciuto del partito che lo esprime? E come è immaginabile un esecutivo davvero forte e capace di riforme se (come accade ora) i suoi membri non tengono in mano anche le redini della maggioranza parlamentare? Misteriose alchimie che si fanno subito chiare non appena ricordiamo la cultura politica di cui sono espressione: governi deboli e partiti-non-partiti sono due facce della stessa medaglia. Ed è tale debolezza a permettere che ogni "competitore" continui a godere di rendite, a esercitare diritti di veto, e a tutti di mascherare le proprie responsabilità. E di accusare di disfattismo chi denuncia l'intollerabilità della situazione e ne ricerca le cause.

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