sabato 15 marzo 2014

FILOSOFIA POLITICA. E. BALIBAR, un nuovo slancio per quale Europa?, IL MANIFESTO, 12 marzo 2014

Europa è morta, viva l’Europa? Dall’inizio dell’anno, che vedrà le ele­zioni del Par­la­mento euro­peo — inve­stito per la prima volta del potere di eleg­gere il pre­si­dente della Com­mis­sione — i para­dossi e le incer­tezze dell’integrazione euro­pea sono all’ordine del giorno. Da un lato, i pro­feti di sven­tura annun­ciano che la para­lisi e la dis­so­lu­zione con­ti­nuano a incom­bere, per­ché nes­suna delle ricette appli­cate ha risolto la con­trad­di­zione insita in una costru­zione poli­tica il cui prin­ci­pio guida implica l’antagonismo fra gli inte­ressi dei suoi membri.



Que­ste ricette hanno per­pe­tuato la reces­sione, accen­tuato le disu­gua­glianze tra nazioni, gene­ra­zioni e classi sociali, bloc­cato i sistemi poli­tici e gene­rato una sfi­du­cia pro­fonda delle popo­la­zioni verso le isti­tu­zioni e l’integrazione euro­pea in quanto tale.
Dall’altro lato, i soste­ni­tori del metodo Coué (un metodo di gua­ri­gione intro­dotto dal far­ma­ci­sta fran­cese Emile Coué, basato sull’autosuggestione posi­tiva, ndt) col­gono ogni segno «non nega­tivo» per annun­ciare che ancora una volta il pro­getto euro­peo appro­fitta delle sue crisi per rilan­ciarsi, facendo pre­va­lere l’interesse pub­blico sulle dif­fe­renze. Quel che, senza dub­bio, fa la debo­lezza di tali pro­clami, è che a ben vedere tutti i segni invo­cati (per esem­pio, l’unione ban­ca­ria) riguar­dano mezze misure, recanti inno­va­zioni ma altret­tante limitazioni.
Quel che tut­ta­via impe­di­sce di trat­tarle con suf­fi­cienza, è l’argomento della neces­sità: le eco­no­mie delle nazioni euro­pee sono troppo inter­di­pen­denti, le loro società troppo assog­get­tate a mec­ca­ni­smi comu­ni­tari per non temere la cata­strofe che lo sman­tel­la­mento dell’Unione sarebbe per tutti. Ma que­sto argo­mento si basa a sua volta sul pre­sup­po­sto che nella sto­ria e nella poli­tica la con­ti­nuità vince sem­pre, il che signi­fica anche che la crisi attuale avrebbe un carat­tere sem­pli­ce­mente ciclico.
In defi­ni­tiva, que­sti giu­dizi si annul­lano e non pos­sono por­tare che a giri reto­rici. Difet­tano di una mag­giore pro­fon­dità sto­rica, che con­senta di far com­pren­dere quale svolta sia, in un pro­cesso che dura da oltre mezzo secolo, la «grande crisi» attuale. E man­cano di un’analisi delle con­trad­di­zioni che la crisi rivela nel cuore della costru­zione isti­tu­zio­nale, in par­ti­co­lare nella sovrap­po­si­zione di stra­te­gie poli­ti­che e logi­che eco­no­mi­che. Insomma, occorre più radi­ca­lità nel valu­tare i cam­bia­menti già avve­nuti, non solo a livello della distri­bu­zione dei poteri, ma anche della defi­ni­zione degli attori e del ter­reno di con­fronto tra pro­getti alter­na­tivi. Non saprei sod­di­sfare un pro­gramma di que­sto tipo, ma illu­strerò per sommi capi quel che mi sem­bra costi­tuire le tre prin­ci­pali dimen­sioni d’analisi della crisi, e della sua riso­lu­zione in un senso o nell’altro.
La prima dimen­sione riguarda la sto­ria, senza la quale non capi­remmo né a quali ten­denze reali — non ridu­ci­bili a un «pro­getto» o a un «piano» — cor­ri­sponde la tra­sfor­ma­zione dell’Europa in un sistema post-nazionale, né per­ché il suo esito e la sua stessa forma riman­gano a que­sto punto incerte. Insi­stiamo qui su due fatti, uno ben noto agli sto­rici, e l’altro sot­to­va­lu­tato nel dibat­tito tra soste­ni­tori e avver­sari del fede­ra­li­smo, soprat­tutto quando si limi­tano al piano dell’architettura giuridica.
La sto­ria dell’integrazione euro­pea è abba­stanza lunga per essere pas­sata attra­verso molte fasi distinte, stret­ta­mente legate alle tra­sfor­ma­zioni del «sistema mondo». Fasi iden­ti­fi­ca­bili sulla base della cor­ri­spon­denza tra le esten­sioni suc­ces­sive del sistema euro­peo e la cre­scente com­ples­sità delle isti­tu­zioni che ne garan­ti­scono l’integrazione, gestendo equi­li­bri insta­bili tra sovra­nità nazio­nale e gover­nance comu­ni­ta­ria. Distin­guiamo dun­que tre fasi: una, dalla Comu­nità euro­pea del car­bone e dell’acciaio (Ceca) al periodo seguito agli avve­ni­menti del 1968 e della crisi petro­li­fera (senza dimen­ti­care la deci­sione di Richard Nixon con­tro il sistema di Bret­ton Woods); l’altro, dai primi anni ’70 alla caduta del sistema sovie­tico e alla riu­ni­fi­ca­zione tede­sca del 1990; l’ultima, infine, dall’allargamento a Est fino al momento della crisi aperta dall’esplosione della bolla spe­cu­la­tiva sta­tu­ni­tense nel 2007 e, per quanto riguarda l’Europa, dal debito sovrano della Gre­cia, evi­tato in extre­mis nel 2010 alle con­di­zioni che sappiamo.
Que­sto momento segna l’entrata in una nuova fase? Penso di sì, anche se le ten­sioni che osser­viamo inter­ven­gono solo dall’entrata a tappe for­zate nella glo­ba­liz­za­zione, che domina la poli­tica comu­ni­ta­ria da vent’anni — o pro­prio per que­sto: per­ché que­ste ten­sioni, sia nazio­nali che sociali, hanno effet­ti­va­mente rag­giunto un punto di rot­tura. Si è aperto un periodo di incer­tezza e flut­tua­zioni, che porta con sé la pos­si­bi­lità di un bivio dai con­torni ancora imprevedibili.
Da qui l’importanza del secondo punto. È un errore cre­dere che l’evoluzione dell’integrazione euro­pea segua un per­corso lineare, le cui uni­che varia­bili sareb­bero l’avanzata o il ritardo rispetto al «pro­getto». Al con­tra­rio, ogni fase ha com­por­tato un con­flitto tra diverse vie.
La fase ini­ziale, dopo il 1945, si inse­ri­sce nel con­te­sto della guerra fredda, ma anche della rico­stru­zione di impianti indu­striali e dell’istituzione di sistemi di sicu­rezza sociale in Europa occi­den­tale. Com­porta una forte ten­sione tra l’integrazione nella sfera di influenza degli Stati uniti e ricerca di una rina­scita geo­po­li­tica e geo-economica dell’Europa (che va di pari passo, di fatto, con il per­fe­zio­na­mento del modello sociale euro­peo) — è que­sta seconda ten­denza che, in pra­tica, pre­vale, benin­teso in un qua­dro capitalista.
Suc­cede lo stesso, con un risul­tato inverso, nella fase recente, a favore non di un’egemonia Usa ormai in declino, ma dell’incorporazione al capi­ta­li­smo finan­zia­rio glo­ba­liz­zato. In Ger­ma­nia si è gio­cata la par­tita deci­siva, risolta dalla deci­sione del can­cel­liere Gerhard Schrö­der (1998–2005) di rag­giun­gere il modello della com­pe­ti­ti­vità indu­striale per mezzo di bassi salari.
Ma la que­stione deter­mi­nante è com­pren­dere come sono state ope­rate le scelte e come si è tra­sfor­mato il rap­porto di forze nella fase inter­me­dia, quella del con­do­mi­nio franco-tedesco e della «grande com­mis­sione» pre­sie­duta da Jac­ques Delors (1985–1995). Infatti, in quel periodo è stato avan­zato il pro­getto di un dop­pio passo avanti sovra­na­zio­nale, con la crea­zione della moneta unica e lo svi­luppo dell’«Europa sociale», desti­nati a costi­tuire i due pila­stri del «grande mer­cato». Sap­piamo che in realtà la prima è diven­tata l’istituto cen­trale dell’Unione (anche se non tutti gli Stati mem­bri vi par­te­ci­pano), men­tre l’altro si è limi­tato alle dispo­si­zioni for­mali del diritto del lavoro. Que­sta inver­sione richie­de­rebbe un rac­conto det­ta­gliato, per evi­den­ziare non solo le respon­sa­bi­lità indi­vi­duali, ma le cause poli­ti­che oggettive…
* Anti­ci­pa­zione dell’articolo del filo­sofo fran­cese pub­bli­cato su «Le Monde diplo­ma­ti­que», domani in edi­cola con «il mani­fe­sto». Tra­du­zione di E. G.

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