domenica 2 marzo 2014

NUOVO GOVERNO RENZI. L'IDEOLOGIA DI RENZI. B. EMMOTT, Matteo Renzi? Più che Tony Blair ricorda la Thatcher, L'ESPRESSO, 2 marzo 2014

Per essere uno che dichiara di voler emulare il britannico Tony Blair, Matteo Renzi ha esordito in modo strano nella politica nazionale. Quando lo intervistai per il documentario “Girlfriend in a Coma”, citò Blair che saggiamente disse di amare le tradizioni del partito laburista tranne quella di perdere sempre le elezioni. Ma oggi, con il suo improvviso putsch contro Enrico Letta, Renzi ha spaccato il suo stesso PD.




Come ho scritto sull’Espresso nel dicembre dell’anno scorso, una delle strategie decisive di Blair era la pazienza: prima di vincere le elezioni generali del 1997 impiegò tre anni per conquistare il pieno controllo del suo partito. Il presidente Renzi non è un uomo paziente.

Che cosa dovremmo pensare dunque del giovane, ambizioso, impaziente leader italiano? Più di ogni altra cosa, dovremmo giudicarlo da quello che il suo governo riuscirà a ottenere concretamente, e di conseguenza dovremo attendere. I sogni e le parole ispiranti sul radicalismo e la rinascita sono positivi e necessari, ma senza azioni decisive non conteranno niente.

Il paragone con Tony Blair è stato esagerato. Sì, aveva senso cercare ispirazione e rivolgere lo sguardo a un altro paese europeo nel quale un leader giovane e brillante ascendeva a capo di un grande partito di sinistra e lo cambiava radicalmente. Ma le realtà in Gran Bretagna nel 1997 e in Italia oggi sono troppo diverse per poter instaurare un paragone che regga.
Tanto per cominciare, quando Blair vinse le sue prime elezioni nel 1997 la Gran Bretagna non era in crisi economica: viveva, anzi, il suo quarto anno di crescita economica abbastanza forte. Per di più, Blair arrivò al governo dopo un’elezione generale nella quale conquistò un’ampia maggioranza parlamentare, e dopo circa 18 anni di governo del partito conservatore di destra. Quella circostanza fece sì che molti burocrati e perfino molti importanti esponenti del mondo degli affari sostenessero l’idea di un primo ministro moderato di centro sinistra. Per il momento, un appoggio politico così Renzi può solo sognarselo.

No, se la Gran Bretagna, il mio paese, deve prestarsi a fornire un paragone per l’ascesa di Renzi, ne possiamo individuare uno più consono risalendo al 1979, quando la Gran Bretagna era davvero in crisi economica. Mi riferisco all’arrivo quell’anno a Downing Street di Margaret Thatcher. Con ciò non intendo dire che Renzi assomiglia a Thatcher in termini ideologici, ma che un parallelo può essere instaurato con la situazione politica e il modo col quale Renzi dovrà affrontarla.

Quando Thatcher arrivò al governo – potendo contare in modo sicuro su una chiara per quanto non forte maggioranza parlamentare — , si presentò come un’outsider radicale, più di quanto in seguito avrebbe fatto lo stesso Blair. Oggi è difficile ricordarlo, ma anche lei affermò di avere sogni da realizzare, e nel giorno della sua vittoria citò San Francesco d’Assisi. Il punto, però, è questo: al pari di Renzi, la prima rivoluzionaria primo ministro donna britannica aveva contro buona parte del suo stesso partito e buona parte dei burocrati più importanti, e da più parti si pronosticò un suo fallimento.

Nel corso del suo primo mandato come primo ministro, Thatcher dovette lottare principalmente in due modi: per definire la sua stessa strategia, elaborare e mettere a punto che cosa voleva effettivamente ottenere, e per mantenere il controllo del suo stesso governo, dato che molti che ne facevano parte davano priorità alle proprie agende e idee e non alle sue.
Quali sono dunque gli insegnamenti che Matteo Renzi può trarre da Margaret Thatcher? In primo luogo che dovrà individuare e promulgare alcune riforme cruciali che definiscano concretamente i suoi obiettivi, invece di affannarsi a cercare di varare un mucchio di provvedimenti minori. In secondo luogo che dovrà fare ciò che fece Thatcher quando affermò in modo inequivocabile che non avrebbe mai cambiato rotta né ceduto sotto le pressioni dei suoi avversari.

Tutti i britannici che all’inizio degli anni Ottanta erano già adulti ricorderanno di sicuro uno dei discorsi che Thatcher fece alla conferenza del suo partito, in particolare quando dichiarò: “The lady’s not for turning” (la signora non si volta indietro), intendendo che non avrebbe mai invertito la sua rotta. Che amassero o meno le sue politiche, i britannici all’improvviso seppero di avere un primo ministro che avrebbe fatto proprio quello che diceva.

Il presidente Renzi dovrà fare proprio questo: individuare alcune priorità chiare e straordinarie che l’opinione pubblica è in grado di comprendere, e che dimostrino che egli farà quel che dice, e non tornare sui propri passi né cercare compromessi.

In realtà, oltre a ciò, c’è anche una cosa che può apprendere da Tony Blair e che riprendo dal mio articolo di dicembre: Renzi dovrebbe fare una riforma che aiuti apertamente i lavoratori più poveri, come fece Blair quando introdusse per la prima volta il salario minimo. Se intende conquistare appoggi per il suo Jobs Act, Renzi dovrà dimostrare che ci tiene davvero

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