martedì 12 marzo 2024

POLITICA E VIOLENZA. LA MORTE DI B. BALZERANI. LA RECENSIONE DI A. TABUCCHI AL LIBRO 'COMPAGNA LUNA'. TABUCCHI A., Un kitsch che ricorda la propaganda di Hoxha, CORRIERE DELLA SERA, 5 luglio 1998

 Un’idea abbastanza diffusa in Italia negli ultimi anni, dove si coniuga il politico con l’esistenziale e magari con il privato, è venuta creando la mitologia che il terrorismo delle Brigate rosse (la cosiddetta «scelta armata») sia stata «la tragedia di una generazione». Tesi assai ripetuta da politologi, sociologi e opinionisti vari su giornali e televisioni, ad eccezione di due memorabili inchieste di Sergio Zavoli dove, invece di tanti «esperti», Zavoli dava soprattutto la parola ai terroristi delle due parti, secondo il saggio precetto «dimmi cosa dici (o non dici) e ti diro’ chi sei». Ma a vantaggio di una nostra disintossicazione intellettuale, la mitologia di cui sopra si trasforma in un’acqua ad alto potenziale diuretico a mano a mano che i terroristi si sono messi a impugnare la penna.




   Un colpo decisivo alla mitologia della «tragedia di una generazione» è portato con una precisione che definirei balistica da Barbara Balzerani con un libro, «Compagna Luna», che la Feltrinelli si incarica di pubblicare corredandolo con questo risvolto di copertina: «Così alle domande tormentose con cui una donna interroga se stessa si alternano quelle, altrettanto dolorose, di chi ripensa anni di ideali e di speranze che hanno lasciato nel cuore un respiro amaro e trattenuto - ma teso verso la vita, come chi cammini nell’aria fresca della notte alla luce di uno spicchio di luna». Un risvolto cosi’ «ispirato»” meriterebbe la firma di chi lo ha concepito: la Poesia non deve restare anonima.

«Questa non è la storia delle Brigate rosse», avverte nella nota l’Autrice, «è solo una parte di quanto ho vissuto e di come». L’Autrice racconta e si racconta su un doppio registro: una terza persona che si vorrebbe brechtianamente estraniata, dove la Balzerani chiama «lei» la Balzerani e «loro» le Brigate rosse, e una prima persona che costituisce una sorta di caro diario (l’infanzia, la famiglia, i genitori, i compagni) che fa da contrappunto. Nella parte diaristica, come vuole la convenzione, l’Autrice dialoga soprattutto con se stessa. E assai spesso con il suo papà e la sua mamma. Alla mamma, che fu inconsapevolmete assente nell’infanzia, viene detto: «Puoi capire quanto mi manchi? e quanto gia’ mi mancavi quando prendevo il tuo nome come primo nome di battaglia?... Come vuoi chiamarti? Maria. Naturalmente».

   L’ideale dialogo col padre è piu’ politico e magari piu’ risentito. Il padre era operaio («famiglia operaia», sottolinea opportunamente la quarta di copertina), ma non aveva sufficiente coscienza di classe. Nella ricorrenza dei morti teneva in casa santini di parenti scomparsi: lo zio Giovanni, la nonna Olga, e così’ via. E fra loro un volto sconosciuto. «Ma chi è questo che metti in mezzo a zio Giovanni e nonna Olga ?», gli chiedeva la piccola. «Un grand’uomo, mi rispondevi. Punto». Chi era il volto sconosciuto che tanto inquietò l’Autrice bambina? «Dopo, molto dopo, ho scoperto che era Benito Mussolini, ai tuoi occhi meritevole di un’onesta amministrazione del paese, la stessa che poi riconoscerai anche alla Cina di Mao o alla Cuba di Castro» (pag. 35).

   La parte «estraniata» comincia con la formazione politica dell’Autrice, che risale alla vicenda del giudice Sossi. Di cui viene detto: «Nel processo contro i compagni della XXII Ottobre, nei panni dell’accusa, aveva magistralmente rappresentato la ferocia, l’arroganza e l’ottusità di una borghesia che difendeva se stessa dal suo peggior nemico colpendolo con una durezza esemplare» (pag. 47). L’Autrice sorvola sui cosiddetti «compagni della XXII Ottobre», ma se la memoria non ci inganna erano quei rivoluzionari in Lambretta che a Genova spararono, facendolo secco, all’impiegato postale che li rincorreva per strada reclamando la sacca di valori dell’ufficio dov’era stato rapinato.

Sulla drammatica scelta della presa delle armi, ci sono poi pagine assai indicative che riguardano il tempo storico (si parla degli anni ‘70) perché «quelli erano altri tempi, tempi di legittimazione della violenza come levatrice della Storia» (pag. 51, corsivi miei). Ma il clou del libro è il sequestro Moro, di cui sapremo ben poco, se non qualche spezzone della meccanica dei fatti. In una sola pagina (la 71), alternando i due registri stilistici, partecipiamo simultaneamente delle sensazioni della protagonista e della cruda realtà. Siamo nel bel mezzo della sparatoria che falcidiò gli uomini di scorta di Moro. E la parte diaristica così riferisce: «Certo, è’ la politica a guidare il fucile, ma colpo dopo colpo ci lascio un pezzo di me. Fatto. Ci siamo tutti? Tutti, con in più il nostro prigioniero».

   I lettori intanto immaginano i cadaveri stesi per terra e il sangue che scorre sull’asfalto, e provano un brivido di orrore e di pietà. Ma l’Autrice, con uno svelto colpo d’ala poetico, ci fa subito volare via: «Lo rivedo per un attimo (il prigioniero, ndr) mentre gli altri lo caricano su un pulmino. Io prendo un’altra direzione. Da ultimo, il sorriso di saluto di un compagno che, in quell’inferno, sembra così contento di aver trovato il modo di regalarmelo». Ah, quando la delicatezza ingentilisce la vita! E con un improvviso scarto di estraniamento, l’Autrice scrive della Balzerani: «Il più, almeno dal punto di vista militare, era fatto. Per certi versi avevano gia’ vinto (le Br, ndr). Erano riuscite a portarsi via il presidente della Democrazia cristiana nonostante i cinque uomini della scorta. E’ questo il giorno della presentazione alle Camere del governo “di solidarietà nazionale” appoggiato dai comunisti, ultimo suo capolavoro politico nella tessitura d’un sistema di alleanze che mantenendo ferma la centralità del partito democristiano ingabbiava senza rimedio le forze parlamentari di opposizione».

   Naturalmente l’Autrice ci fornisce una succinta lectio facilior, perche’ come e soprattutto cosa fu il rapimento Moro e chi ci stesse davvero dietro è cosa che la magistratura e la Commissione stragi stanno ancora faticosamente cercando di chiarire. «Quando le indagini ci hanno svelato l’identità dei componenti dell’esercito che ci attaccava, il livello delle persone m’è sembrato “basso”, in qualche modo inadeguato, tanto da fondare l’ipotesi che quelli che erano stati rintracciati erano i colonnelli, ma non i generali di via Fani» (da una recente dichiarazione del Presidente della Repubblica).

   La pagina 73 di «Compagna Luna», dove si commenta il messaggio del Papa d’allora agli «uomini delle Brigate rosse», scandendo i periodi con martellanti anafore, ci dice: «Quel messaggio pastorale, all’apparenza segnato da una mitezza estrema, piombò loro addosso con tutta la sua inequivocabile durezza di significato. / A loro, che dicevano di essere in guerra, che volevano la distruzione della Democrazia cristiana, chiedeva un atto di carità cristiana. / A loro, che volevano il comunismo, proponeva in cambio la redenzione. / A loro, che stavano assediando la roccaforte nemica, dettava l’ultima condizione. / Era uno scherzo? No, purtroppo no».

   Se il linguaggio delle Brigate rosse era rivelatore nei volantini che facevano trovare nelle cabine telefoniche negli anni ‘70, quello dei libri dei loro maggiori esponenti, vent’anni dopo, non è meno rivelatore. E’ un fast - food di manualistica rivoluzionaria dove si danno la mano, a loro insaputa, un Lenin di propaganda ed un D’Annunzio di periferia, una mistica militare, reticenze, allusività, stereotipi, il linguaggio delle sentinelle del colonnello Gheddafi ed un kitsch che ricorda i libretti di Henver Hoxha, i sentimenti di Sanremo e l’oggettistica dei santuari dove piangono le madonne.

   Il nostro Paese ha vissuto davvero momenti tragici: tensioni sociali altissime, tentativi autoritari, servizi segreti mefitici, bombe assassine, manovre oscure di Stati stranieri, corruzioni, infamie. Ma sentita raccontare così, questa non e’ una tragedia, ma solo la scadente rappresentazione d’una filodrammatica di paese dove il funesto da’ il braccio al dolciastro. Non si chiede a chi visse tali esperienze (e che soprattutto le fece vivere agli altri) che vent’anni dopo ne parli da Dostoevskij, o magari solo con l’ombra d’un dialettico dubbio. Ma chi decide di affrontare un simile argomento attraverso la scrittura deve avere il coraggio di scendere sino al nodo piu’ profondo, sino al «cuore di tenebra». Se non ce l’ha, mantenga un decoroso silenzio, che e’ un’altra forma di coraggio.

Per questo e’ deprimente leggere che «il libro di Balzerani è un salutare scossone per le nostre coscienze assopite» (Domenico Starnone, “il manifesto”, 16 giugno), oppure che «una sinistra lacerata e in cerca d’autore si ritrova intorno a un libro» (Lidia Compagnano, “il manifesto”, 13 giugno), o anche: «Un libro difficile, duro, a tratti anche sgradevole, ma che pure va letto assolutamente» (Barbara Palombelli, “la Repubblica”, 13 giugno). Non nego che questo libro, che non mi parrebbe così urgente leggere, uno scossone ce lo dia davvero, anche se in senso del tutto diverso; e se una sinistra lacerata e in cerca d’autore si è trovata un autore così, è davvero spacciata.

A ben vedere il fil noir di questo libro, al di là di ogni ideologia e al di là d’ogni intimismo, è infatti la morte: e il patto che l’Autrice stabilì con essa. Un rapporto secondo il quale, come dice Remo Bodei in un suo recente libro, Il noi diviso. Ethos e idee dell’Italia repubblicana (Einaudi), per gli ideali dei terroristi, i nemici erano «delle funzioni, dei simboli, non degli uomini». Una concezione della vita (anzi, della morte) che fa sì che «l’uccidere diventi un lavoro come un altro» (Bodei, pagina 105). Funebre pratica che fa dire alla Balzerani perché abbia preso le armi: «Toccava anche a me assolvere un compito... Tanta la certezza che sul piano dell’intelligibilità degli avvenimenti che determinavano il presente non tutte le morti hanno lo stesso peso» (pag. 97) oppure, alla stessa pagina: «Ma su tutto il misurarsi con la morte, la propria, quella dei compagni, e quella da dare». Dove l’espressione «morte da dare» ha un suono davvero sinistro.

La luna che sta nel cielo da sempre è compagna di tutti. Lo fu di Talete, del pastore errante dell’Asia, come del malinconico compositore di «Luna rossa». La si può guardare da una spiaggia libera, attraverso le sbarre d’una cella o dalla finestra di uno dei tanti anonimi appartamenti di questo vasto mondo. Anche i figli delle persone che i terroristi uccisero devono averla guardata, in tutti questi anni, dalle finestre delle loro camere. Anche loro devono avere avuto un’infanzia, con una nonna Olga ed uno zio Giovanni, come tutti noi abbiamo una nonna Olga e uno zio Giovanni, dai nomi intercambiabili, e soprattutto un padre da ricordare per raccontare in un libro il dramma della loro vita. Ma forse non ne hanno troppa voglia. Primo Levi ci ha parlato della vergogna di essere vittime. E poi chissà se un editore punterebbe su nomi quasi sconosciuti. Io, per esempio, faccio fatica a ricordare il nome dei poliziotti che furono assassinati nel rapimento Moro. Mi dispiace. E voi?


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