martedì 25 febbraio 2014

SOCIOLOGIA DELLA POLITICA. I. DIAMANTI, Renzi e il mito dei giovani al governo, LA REPUBBLICA, 25 febbraio 2014

È singolare. In un Paese sempre più vecchio, dove i giovani sono perlopiù precari. E quando possono, se possono, se ne vanno via. Perché, come pensano due terzi gli italiani e quasi 8 giovani su 10, per fare carriera occorre migrare, andarsene altrove. Ebbene, in questo Paese vecchio, dove a quarant’anni ci si sente e si è considerati ancora giovani. E dove ci si definisce vecchi solo dopo aver compiuto 84 anni.  In questo Paese, in Italia, è stato varato un governo di giovani. Guidato dal Presidente del Consiglio più giovane della storia repubblicana. Certo, anche Enrico Letta era giovane. Anzi, molto giovane, rispetto agli standard della politica italiana. Ma ha 10 anni di più. Ma, soprattutto, per lui vale quel che, a volte, i miei figli suggeriscono al mio riguardo (non senza ragione). Che a 18 anni è come ne avessi già avuto 40. A 18 anni, secondo loro, ero già vecchio.



Matteo Renzi, invece, è giovane. Per stile e per immagine. Oltre che di età e per biografia politica personale. È arrivato alla guida del governo senza essere stato eletto in Parlamento. Senza aver conosciuto la Prima Repubblica. Nel 1992, mentre infuriava Tangentopoli, Renzi aveva 17 anni. Non era ancora maggiorenne. E oggi è spietatamente giovane. Ostenta la sua frattura generazionale, senza indulgenza per i “vecchi” politici. Da rottamare senza tanti problemi. Li sfida a viso aperto, le mani in tasca, in modo sfacciato, mentre parla al Senato, prima del voto di fiducia.
Renzi. Giovane, in mezzo ai giovani.

Il suo governo, è composto di giovani. Con poche eccezioni. Per primo Pier Carlo Padoan, il garante dell’economia verso la UE. Anch’egli, peraltro, politicamente “giovane”. Poi mi viene in mente Franceschini. Gli altri ministri, perlopiù, hanno poca esperienza istituzionale e un cursus honorum corto. E, per questo, sono poco conosciuti, se non, perfino, sconosciuti. Anche a me, almeno, che mi occupo di politica, ma non passo il tempo a consultare la Navicella, dove vengono proposte le note biografiche degli eletti al Parlamento. Per rispetto nei confronti degli interessati, non faccio nomi. Anche perché, lo ammetto, di alcuni di essi non conosco le opere né i giorni. E neppure i nomi… Non so se questo sia un problema solo mio. Non so neppure se sia un problema. In fondo, si continua a recriminare contro la gerontocrazia che regola il nostro mondo. Io stesso ho scritto invettive contro il Paese che fa fuggire i suoi giovani. E non è in grado di richiamarli, di farli tornare a casa.

D’altronde, tre anni di governi affidati ai tecnici e agli esperti non è che abbiano prodotto risultati clamorosi. Non vorrei, tuttavia, apparire come l’ipercritico di professione, a cui non va mai bene nulla. E contesta oggi quel che ieri auspicava. Non vorrei. Però un po’ di misura, di equilibrio, in questo Paese, pare impossibile da ottenere. Tutto tutto niente niente, per citare quell’osservatore acuto – e acuminato - della nostra società che si chiama Antonio Albanese. Per dirla in altro modo: tutti vecchi o tutti giovani. Senza mediazioni.

Eppure, a rischio di apparire impopolare e in contraddizione con me stesso, io credo che qualche “vecchio”, qualche tecnico o, almeno, qualche esperto, oppure, meglio ancora, qualche politico esperto e sperimentato, alla guida del Paese. Nel governo e nei gruppi dirigenti. Non ci starebbe male. Perché l’esperienza, perfino l’età, possono servire, in qualche occasione. In qualche misura. Tanto più e soprattutto in mezzo a tanti giovani. Qualche faccia nota, qualche capitano di lungo corso, in mezzo a tanti giovani marinai, potrebbe essere utile. A me, che ormai ho un’età, offrirebbe rassicurazione. Mi farebbe sentire un po’ meno vecchio (non giovane, per carità). Meno estraneo.

E poi, in fondo, se il governo dovrebbe offrire uno specchio al Paese, del Paese, c’è il serio rischio di confondersi. Di non riconoscersi. Una classe dirigente così giovane e nuova, un governo così giovane e nuovo, un premier così giovane e nuovo, in un Paese così vecchio, con una gioventù così precaria, con gli occhi e la testa rivolti altrove. Che cosa c’entrano? Perché è giusto voltare pagina, assecondare la domanda di cambiamento. Svecchiare e rottamare. E io sono disponibile a fare la mia parte. Cioè, a farmi da parte. (Mi costerebbe poco: non ho incarichi pubblici di alcun tipo.) Ma, per costruire il futuro, non possiamo abolire il passato. Se non vogliamo ridurci a inseguire il presente. A ogni costo.

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