venerdì 15 novembre 2013

SINISTRA ITALIANA FINITA. GIOVANNI MANCA, Sel, la crisi senza fine della sinistra Quale futuro per il partito di Vendola, L'ESPRESSO, 15 novembre 2013

La formazione politica, nonostante il numero di eletti in Parlamento e la presidenza della Camera, è in piena crisi di identità. Scavalcata dai grillini sul tema dell'ecologia, balbettante sulle battaglie storiche e con un leader indebolito dalle inchieste giudiziarie e dalla pubblicazione della telefonata con risata sul caso Ilva 


Un inatteso esercito di 37 deputati e 7 senatori, la presidenza di un ramo del Parlamento e quella della Giunta delle elezioni al Senato che s’è trovata a pronunciarsi sulla decadenza di B. non sembrano bastare a Nichi Vendola per dare una immagine meno sfocata della sua creatura politica.

Dalla batosta elettorale, infatti, Sel pare sfoderare posizioni durevoli come la svapata di una sigaretta elettronica, in attesa di ricostruirsi un’identità (il secondo Congresso nazionale sarà il 17 gennaio) plausibile per sopravvivere tra i “due caimani” Grillo e Berlusconi, le inchieste pugliesi sull’Ilva, dove è indagato, e le larghe intese, tanto larghe da marginalizzare fino alla nebulizzazione il lavoro, pure volenteroso, dell’opposizione parlamentare a tinte arcobaleno.
Le immagini più vivide del leader di Sel a Montecitorio (si è dimesso da deputato il 16 aprile) risalirebbero proprio alle ore in cui lo spoglio dei voti certificava che, senza la sponda Pd e l’ombrello elettorale dell’”Italia bene comune”, per la sinistra, l’ecologia e la libertà (3,2% dei voti) non ci sarebbe stato, per la seconda volta consecutiva, spazio in Parlamento. “Girava in un Transatlantico deserto con l’aria di un pugile suonato”, raccontano alla Camera, “come quei cartoni in cui il coyote prende una scossa fulminante dalla detonazione e resta uno scheletro”.

Tanto per dare un metro, il risultato non proprio scoppiettante delle politiche confermava un 3% delle regionali del 2010 e un 3,1% delle europee del 2009. Un dato del genere, sempre il 3,1%, aveva costretto nel 2008 Fausto Bertinotti ad abbandonare la politica attiva e sbarrato la strada di Montecitorio e Palazzo Madama alla truppa della Sinistra Arcobaleno, dalla cui polverizzazione apparve poi l’embrione di Sinistra Ecologia e Libertà.

Eppure, dopo qualche giorno dal flop alle urne, Vendola riesce a portare alla guida di Montecitorio l’outsider Laura Boldrini, che doveva essere nei piani il primo tassello di un’Italia bersaniana e che, per paradosso, è finita per diventare l’anomala prima Presidente di opposizione dopo vent’anni di storia parlamentare.

Con l’elezione di Boldrini si chiude, infatti, la stagione fortunata del governatore di Puglia, anzi è proprio quel colpo da novanta a fargli accumulare un debito impossibile da onorare con i Palazzi. Tenta, comunque, il bis cercando di assicurare la poltrona del comitato parlamentare per i servizi segreti a Claudio Fava (uno che, in fondo, in Aula cita un po’ sdrucciolo Camus “siate realisti, chiedete l’impossibile”) e fa alzare al suo capogruppo, Gennaro Migliore, le barricate su quel nome. Il risultato dei tanti “non ci smuoveremo da questa candidatura” è che il Copasir finisce alla Lega e che Fava vota - unico - per se stesso. La motivazione più spiccia la dà il grillino Roberto Fico: “Io direi che con il 3% avere oltre la Presidenza della Camera anche la presidenza di una delle bicamerali di garanzia mi sembra davvero eccessivo”.

Da allora, Vendola si invischia con il visibile e l’invisibile. Il visibile è il primo e più minaccioso nemico, che ha le fattezze del comico ligure. Consapevole che è proprio il M5S la maggiore minaccia alle porte, che lentamente svuota Sel di contenuti (a partire dalla green economy fino alla difesa degli “ultimi”) e che ne surroga l’azione di opposizione dura e pura al sistema, sferra via twitter l’attacco contro le posizioni reazionarie del team Grillo-Casaleggio sull’immigrazione, beccandosi in cambio un conciso post sul blog del comico, dove vengono elencate le più che contraddittorie posizioni di Vendola, nel corso del tempo, su Matteo Renzi e che si conclude con uno sprezzante “la coerenza non è acqua”.

L’invisibile è rappresentato dalle opzioni politiche che Vendola si trova di fronte, per non finire nel libro dei ricordi della seconda Repubblica. La prima reazione all’inciucio del governo Letta è quella di farsi uovo per impastare farine diverse: Landini, Rodotà, Barca, Ingroia, sono solo alcuni dei nomi che circolano insistentemente per un “nuovo cantiere”, con missione la difesa della Costituzione e del lavoro. Ma l’amalgama impazzisce, anche per la difficoltà di entusiasmare le folle all’indomani dello schiaffo elettorale.

Adesso, con la probabile vittoria di Renzi, si profonde in interviste dove lancia messaggi di apertura ad un nuovo Pd, che si liberi per sempre di Berlusconi e dalle larghe intese. A decifrare l’impervio vendolese: "con Matteo si potrebbe pure dialogare".

L’impressione diffusa nel Palazzo è che Vendola abbia in qualche modo perso il filo della “narrazione politica”, pregevole lemma di suo proprio conio. Quella fretta di dir subito dopo la nomina di Letta “noi saremo l’opposizione responsabile” fa il paio con quel non richiesto autodafè “diciamolo chiaramente: noi senza la coalizione non saremmo stati in Parlamento”. Una astenia politica che, poi, nella pratica è andata sempre più infiltrandosi nel partito, che gli stessi sondaggi danno in una lenta ma pur costante perdita di consensi.

Due esempi su tutti: l’incomprensibile astensione nel votare il decreto sul femminicidio; incomprensibile non solo perché, parole della senatrice Alessia Petraglia, “ci dobbiamo tristemente dire che la violenza di genere non è, purtroppo, un’emergenza, perché come i dati dimostrano è un fatto strutturale”, tipo il debito pubblico insomma, ma in più “la mescolanza di argomenti diversi, su cui avremmo voluto intervenire, non ce lo consente”. Non si saprà mai, insomma, perché Sel non ha votato quella legge, riducendosi per amor di principio ad allinearsi alla Lega.

Pochi giorni fa, invece, tutti i parlamentari sono riusciti ad accendere, se non i riflettori, i fuochi fatui sulla proposta di legge per istituire il “reddito minimo garantito”, una graziosa dazione di 600 euro pro capite a carico dell’Inps, che, dal testo, appiopperebbe al Governo l’onore di reperire i danari. Loro, però, un’idea vintage ce l’hanno già: tassare le rendite finanziarie, ovvero la riproposizione del più discusso e accattivante slogan di Rifondazione “anche i ricchi piangano” del 2007 e che non portò proprio bene al partito.

E il paradosso è che il tanto faticoso trascinarsi del partito discende proprio da uno abituato a sostituire banalità come “far di tutta l’erba un fascio” con “la genericità di una condanna senza appello rende più difficile l’individuazione chirurgica della massa tumorale che infetta”, uno capace di dire “no” all’establishment degli allora Ds e di vincere in solitaria la presidenza della Puglia.

La vaporizzazione del lìder che per mesi pure s’era appollaiato in ogni salotto televisivo ( basta dare un’occhiata ai dati Espresso di Occupy Tivù per constatare il crollo ) si apprezza in filigrana nel suo confino tra le cronache pugliesi, invischiato in indagini e sospetti velenosi sul caso Ilva,  una telefonata fin troppo divertita con Archinà  che potrebbesegnare la sua fine politica, beghe di nomine e sospensioni di dirigenti Asl. Per dare un’idea, mentre i suoi deputati protestavano contro l’ennesimo decreto che proroga le missioni internazionali dei nostri soldati (cioè, un evergreen del programma di Sel), Vendola era a Bari a sottoscrivere un accordo quadro con la FederlegnoArredo, per “riqualificare il distretto del mobile imbottito della Regione Puglia”.

Ad aggravare il quadro, c’è stata pure l’occasione persa per tornare a parlare con la piazza delle “vittime delle diseguaglianze”, spaccandosi Sel sull’adesione del partito al corteo del 19 ottobre a Roma sul diritto all’abitazione. E l’autocritica viene ancora una volta dallo stesso Vendola che al Manifesto riedita la solfa del dito e della luna: “Siamo rimasti prigionieri della paura che potesse diventare un momento di militarizzazione del conflitto, di espressione violenta del dissenso… e così non ci siamo accorti che la geografia della crisi prendeva la parola”. Più chiaro di così.

Da ultimo, quando cerca di riagganciare il treno dei diritti dei lavoratori, lo fa sostenendo lo sgangherato sciopero generale dei sindacati contro la legge di stabilità, definendolo in un blog all’Huffington un “fatto importante e nuovo”. Talmente nuovo che, nel solo 2012, ne sono stati fatti 32.

Il 17 gennaio, quando il Pd avrà da settimane il suo segretario, Forza Italia di nuovo il suo inno, Berlusconi la sua decadenza, Grillo il suo blog e le elezioni europee busseranno alle porte, quel senso di paura e di smarrimento diffuso tra i militanti (che si trascinano dal passato pure la cattiva digestione della “foto di Vasto” del 2011 con Di Pietro alleato e l’opa al Pd con la candidatura alle primarie del 2012) potrebbe trovare nel Congresso il proscenio perfetto per un tentativo edipico di parricidio, esperienza certo non nuova da quelle parti.

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