sabato 11 gennaio 2014

POLITICA E VIOLENZA. IL CASO CALABRESI IN TELEVISIONE. R. BOCCA, Anni spezzati - il Commissario, la fiction misera di Raiuno su Piazza Fontana , L'ESPRESSO, 9 gennaio 2014

Nulla può giustificare la confezione di questo prodotto inutile nella sua essenza, e gioiosamente privo di qualunque rilevanza storico-artistica 



È successo nelle feste appena concluse, quando ho trasferito le mie insolenze catodiche dalla casa adottiva di Roma al borgo natio milanese.

Era il 23 dicembre, e accanto a me sedeva all’ora di pranzo un signore che oggi ha 85 anni e gli occhi sempre azzurrissimi.

Si parlava, nell’occasione, come si parla nei giorni di vacanza, producendo un gradevole intreccio di sciocchezze e serietà in attesa del caffè;

finché, per caso, il discorso ha deragliato sul tema della strage di piazza Fontana.

E allora questo anziano carabiniere, con espressione all’improvviso buia, e rigida, ha pronunciato poche parole:

«Io quel giorno c’ero, alla Banca nazionale dell’agricoltura. Ho respirato il fumo, ho visto i brandelli dei corpi dilaniati raccolti in sacchi quasi fossero avanzi…».

Dopodiché silenzio, per qualche secondo, e commozione oltre quarant’anni dopo.

Ecco:

avessi trovato anche un solo secondo simile, nella fiction “Il commissario” trasmessa martedì e mercoledì sera da Raiuno, avrei accettato il contorno di inutilità che ha marchiato il programma.

Ma nulla, veramente nulla, può giustificare la confezione di questo prodotto misero, inutile nella sua essenza, e gioiosamente privo di qualunque rilevanza storico-artistica.

L’ambizione -figurarsi- era quella di raccontare in una trilogia titolata “Gli anni spezzati” la nebbia densa e insanguinata dell’Italia in bilico tra attentati e terrore.

L’esatto opposto di ciò che ha offerto Raiuno, dove l’afrore del finto ha inondato trama e struttura.

Si sono visti -è vero- il botto e il lutto di piazza Fontana, i pugni e bastoni degli scontri in piazza, la militanza anarchica e le operazioni di polizia.

Ma tutto è apparso come un vecchio fotoromanzo:

senza profondità e dialoghi all’altezza del compito.

Per non parlare, se non con dispiacere, dell’interpretazione del commissario Luigi Calabresi ad opera di Emilio Solfrizzi:

una caricatura involontaria fatta di sguardi mesti e ben poco altro.

Peccato.

O forse il vero peccato è continuare a illudersi che Raiuno possa produrre fiction credibili, in grado di abbracciare il passato senza ucciderlo con la superficialità.

Un sogno infranto, in questo caso, dal romanzetto del poliziotto infiltrato Boccia che s’innamora della cantante alternativa, o dal pupazzo con baffi e occhiali che dovrebbe essere ne “Il commissario” Giangiacomo Feltrinelli:

uno a cui, diciamo così, la personalità non mancava.

E dai, un po’ di decenza…

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